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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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153. Vonno cojjonatte e rrugà!1a

 

Jer l’antro ebbe1b d’annà a li ggipponari1


pe ruscì1c verzo punta-de-diamante,2
a crompamme un corpetto da un mercante,
che, disce Sgorgio, nu li venne cari.

 

Er padrone era ito a li ssediari3
a cercà un tajjo de pelle de Dante.
C’era un giovene4 vecchio, ma ggargante5
da fatte saccheggià li cortellari.

 

Io je disse de damme sto corpetto;
e cquer faccia de grinze a mossciarella6
me ne diede uno che nemmanco in ghetto.

 

Io bbúttelo7 pe tterra. Er zor Brighella
se scalla er pisscio:8 io te l’agguanto9 in petto.
E ssai come finí? Cco la bbarella.

 

Terni, 2 ottobre 1831 - De Pepper tosto

 

 




1a Ingannarti.

1b Ebbi.

1 I giubbonari, contrada dove si vendono giubboni ed altre vesti ordinarie per lo più da contadini.

1c Riuscire.

2 Luogo speciale di detta contrada.

3 Altra contrada di Roma.

4 Garzone di bottega.

5 Di mala fede.

6 Castagna infornata.

7 Per concepire bene questo modo, conviene figurarsi che l’interlocutore dica a se stesso: buttalo, ecc.

8 Si accende di collera.

9 Lo afferro.

 

 






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