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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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155. Li cancelletti1

 

Ma cchi ddiavolo, cristo!, l’ha ttentato
sto pontescife nostro bbenedetto
d’annàcce2 a sseguestrà ccor cancelletto
quella grazzia-de-ddio che Iddio scià3 ddato!

 

La sera, armanco,4 doppo avé ssudato,
s’entrava in zanta pace in d’un buscetto5
a bbeve6 co l’amichi7 quer goccetto,
e arifiatà8 lo stommico assetato.

 

Ne ppenzà de ppiú sto Santopadre,
pôzzi avé bbene9 li mortacci sui
e cquella santa freggna de su’ madre?

 

Cqui nun ze10 fa ppe mmormorà, ffratello,
perché sse (vd. n. 10) sa ccher padronaccio è llui:
ma ccaso lui crepassi,11 addio cancello.12

 

Terni, 2 ottobre 1831 - De Pepper tosto

 

 




1 Leone xii fece porre alle porte delle bettole un cancello onde per mezzo a quello si spacciasse il vino, ed alcuno non si fermasse dentro a bere. Così tutti bevevano per le strade, con non minorazione di scandalo.

2 Andarci.

3 Ci ha.

4 Almeno.

5 Buchetto.

6 Bere.

7 Con gli amici.

8 Ristorare.

9 Possano aver bene.

10 Si.

11 Nel caso ch’egli crepasse.

12 Di fatti Pio viii, successore di Leone, fece tor via i cancelletti, de’ quali in certi rioni il popolo fece tanti falò.

 

 






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