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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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234. A ppijjà mojje penzece un anno e un giorno

 

Io je l’avevo detto a cquer bardasso:1


sin che ccampa tu’ madre êssi2 zitello.
Ma lui ha ttrovo un porton de trapasso,3
e l’ha vvorzuta de su’ sciarvello.

 

La vecchia4 sbuffa come un zatanasso,
la ggiovene5 tiè in culo farfarello:6
e si annamo ppiú avanti de sto passo,
famme bbusciardo, cqua nnasce un mascello.

 

Cquella llí la ccotta, e cquesta cruda:
cquesta iggnommerà?7 quell’antra innaspa;
e ffanno come lo strozzino8 e Ggiuda.

 

Se dícheno impropèri a ttutte l’ora:
er cane e ’r gatto, la lima e la raspa:9
via, cuer che sse ddí soscera e nnora.

 

Roma, 12 novembre 1831 - D’er medemo

 




1 Questo vocabolo non esprime in Roma che la semplice idea di «ragazzo giovinetto».

2 Sii.

3 Donna aperta da tutti i canti.

4 La suocera.

5 La nuora.

6 Il demonio.

7 Da gnommero, gomitolo.

8 Capestro.

9 Proverbi.

 

 






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