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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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240. È mejjio perde un bonamico
che una bbona risposta

 

Jjer ar giorno pe vvia de sto catarro
der mi’ poveruscello arifreddato,
maggnat’appena ducucchiar de farro
curse1 da quer cirusico arrabbiato.

 

Ma io c’una ch’è una nun n’ingarro2
te lo trovai che ggià sse n’era annato
in frett’e in furia a rinnaccià uno sgarro3
co lo spezziale, er medico e ’r curato.

 

La mojje che mme vedde mette a ssede4
disse inciurmata:5 «Ihì! ppuro6 la ssedia!
Ve ffastidio d’aspettallo in piede

 

«Che! vve la logro?7 », io fesce8 a la scirusica:
«pozziatêsse9 ammazzata a la Commedia!
Accusí armanco10 creperete in musica».

 

Roma, 17 novembre 1831 - D’er medemo

 

 




1 Corsi.

2 Non ne indovino.

3 A medicare una ferita.

4 Mi vide mettermi a sedere.

5 Ciurma: cipiglio.

6 Pure.

7 Logoro.

8 Dissi.

9 Possiate essere.

10 Almeno.

 

 






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