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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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245. Eppoi?

 

Séguita a ffà sta vita, Zzaccheria:
freghete l’orbo1 co ste tu’ donnacce:
la dimenica a mmessa nun annacce:2
immriàchete3 sempre all’ostaria.

 

Strapazza er nome de Ggesummaria:
giuchete er core,4 intosta a parolacce.5
Tu tte penzi6 che Ccristo nun ce sia,
e llui te sta a ssegnà ttutte le cacce.7

 

Va’, ccontinuva a vvive7a in ner peccato,
fra ccarte e ddonne, fra bestemmie e vvino:
ma ar capezzale8 quer ch’è stato è stato.

 

C’è ppoco ar bervedé,9 ssor figurino;
e cquanno Cristo er culo l’ha vvortato10
vall’a rripijja allora per cudino.11

 

Roma, 20 novembre 1831 - Der medemo

 

 




1 Fregarsi l’orbo: darsi alla cieca alle carnalità.

2 Non andarci.

3 Ubbriàcati.

4 Giuòcati tutto.

5 Rincara con parolacce; ostinati a dir parolacce oscene e empie.

6 Ti pensi: ti vai figurando.

7 Segnar le cacce: notare i falli. Metafora presa dal giuoco di palla.

7a Vivere.

8 Al punto di morte.

9 Al belveder c’è poco: è vicino il successo. Belvedere è una parte del Vaticano.

10 Voltare il culo, le spalle.

11 Vallo a ripigliare allora pel codinio: richiamalo indietro, se puoi.

 

 






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