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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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307. La particola

 

Avessinteso quelo storto cane
che sse messe l’antranno er collarino
come spiegava chiaro er belarmino,1


javeressi sonato le campane.

 

«Nun te fidà ddellocchi e dde le mane»,
disceva a un regazzetto piccinino:
«quello che ppare vino nun è vvino,
quello che ppare pane nun è ppane.

 

Cos’è la riliggione senza fede?
sarebbe com’a ddì cquattro e ddua venti,
e mmette2 un fiasco senza vesta in piede.

 

Pe cquesto, fijjo, quer che vvedi e ssenti
è inganno der demonio, e nun lo crede.3
Quelli , fijjo mio, tutti accidenti».

 

5 gennaio 1832 - Der medemo

 

 




1 La dottrina cristiana del cardinal Bellarmino.

2 Mettere.

3 Non crederlo.

 

 






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