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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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348. Sara de lotte

 

Disse l’Angelo a Llotte tal’e cquale:
«Tu, le tu’ fijje, e la tu’ mojje Sara
currete sempre ggiú pe la Longara1


senza mai guardà arreto2 a lo spedale».

 

Però la mojje, ficcanasa3 e avara,
ammalappena l’Angelo arzò llale,
svortò la testa, e ddiventò de sale
mejjo de quer che danno a la Salara.

 

S’oggiggiorno tornassino ste cose,
dico de diventà ssale in un sarto4
tutte le donne avare e le curiose,

 

co le molliche5 sole de lo scarto
ce se farebbe un ber letto de rose
a sti ladri futtuti de l’apparto.6

 

 17 gennaio 1832 - Der medemo

 

 




1 Strada di Roma in capo alla quale è lo Spedale di Santo Spirito.

2 Indietro.

3 Curiosa.

4 Salto.

5 Bricioline.

6 Correva in Roma una voce che accusava gli appaltatori dell’amministrazione de’ sali e tabacchi di avere jugulato il Governo in que’ tempi difficili, guadagnando il doppio della corrisposta annua a scapito dell’esausto erario.

 

 






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