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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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361. L’ommini der Monno novo

 

Questo dallo a d’intenne ar Padre Patta1


quello che disce: Vienite davanti.
Lo so dda me cche cce ttanti e ttanti
che nun vonno ignottì la pappa fatta.2

 

Ma stanime de miccio,3 sti fumanti,
sti frammasoni, sta ggentaccia matta,
li spadini li tiengheno de latta:
bboni a cciarle, ma nnò a ffasse avanti.

 

La bballa4 de sti poveri Cardèi5
scopà li soprani6 e ffalli fori
pe ddí pôi scirpa7 e ffà le carte lei.

 

Ma ppôi puro risponne a sti dottori
che Iddio l’ommini, for de cinqu’o ssei,
tutti l’antri l’ha ffatti servitori.

 

19 gennaio 1832 - Der medemo

 

 




1 È in Roma rinomanza di un padre Patta confessore, che non potendo credere a una certa continenza protestatagli da un suo penitente, gli dicesse: «Figlio, venite davanti» e portatosi questi innanzi al confessionale, a lui soggiunse: «Datela ad intendere a questi coglioni».

2 Le cose da altri ordinate.

3 Gente di perduta vita.

4 Congrega.

5 Caldei, per «imbecilli».

6 Sovrani.

7 Parola che pronunziata dal volgo nell’impadronirsi manescamente di alcuna cosa, la rende secondo essi irrepetibile.

 

 






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