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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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422. La Nunziata

 

Stavo jjerammatina de piantone1


su le scale cquaggiú dde Santa Chiara
aspettanno che uscissi la filara2
de zitelle ammantate in priscissione.3

 

Cuanno ecco che un paìno4 in zur cantone
se mette a rride cona faccia amara,
discenno5 a un antro: «Ir Papa la tiè ccara
la pelle sua si nnun viè a ffà orazzione».

 

Io fesce6 allora a cquelli capitali:7
«Bboja che pperde tempo, e nnu li snerba
sti dottorini de li mi’ stivali.

 

Caso er Papa nun vienghi a la Minerba,
ce iti però li Cardinali,
che ttutti-cuanti ppapetti8 in erba».

 

Terni, 7 novembre 1832 - Der medemo

 




1 Fermo al posto.

2 Fila.

3 Il 25 di marzo di ogni anno, una schiera di zitelle dotate dall’Arciconfraternita dell’Annunziata parte da quella chiesa in un abito bianco di particolar foggia, recandosi processionalmente alla chiesa contigua di S. Maria sopra Minerva, dove suole recarsi in quel giorno il Papa al pontificale.

4 Zerbinotto.

5 Dicendo.

6 Fesci, per «dissi».

7 Per ironia: gente da nulla.

8 Si deve avvertire i papetti essere in Roma monete di argento del valore di due paoli. Quindi l’equivoco.

 

 






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