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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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444. La santissima Ternità1

 

«’Gni cosa ar monno ha er zu’ perché, ffratello»,
me disse marteddí Ffrà Ppascualone:
«li ggiudii adoraveno un vitello,
noi un boccio,2 una pecora e un piccione.

 

Er boccio è ’r Padreterno cor cappello,
che nnascé avanti all’antre duperzone;
e Ccristo è la figura de l’agnello,
che sse fesce scannà ccome un cojjone.

 

E ’r piccione ddí che ttanto cuanto
che la gabbia der crede ce se schioda,
addio piccione, addio Spiritossanto.

 

E allora sti dottori de la bbroda
currino appresso a mmetteje cor guanto
un pizzico de sale in zu la coda».3

 

In vettura, da Terni e Narni,

Der medemo - 12 novembre 1832

 




1 Trinità.

2 Vecchio.

3 Cosa che si diceva a’ fanciulli per ischerzo, allorché vogliono avere uccelli liberi. «Allorché gli avrai messo un poco di sale sulla coda, quell’uccello non si muoverà più».

 

 






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