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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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462. La fijja ammalata

 

Ccos’è, ccos’è! cquer giorno de caliggine
lei vorze1 annà dde filo2 ar catechisimo?
Bbè, in chiesa jariocò3 cquela4 vertiggine
ch’er dottore la chiama er passorisimo.5

 

er piede che cciaveva6 er rumatisimo
je se fa nnero come la fuliggine,
e nnun ce sente manco er zenapisimo:
li spropositi, fijja:7 ecco l’origgine.

 

Smania che in de la testa cià8 uno spasimo
che mmanco appoggialla ar capezzale...
Te pare bbrugna9 da nun stà in orgasimo?

 

Ha er fiatone,10 ha un tantin d’urcere in bocca...
Pe mme, ddico che sgommera;11 e a Nnatale
Dio lo sa cche ppangiallo12 che mme tocca.

 

Roma, 19 novembre 1832 - Der medemo

 




1 Volle.

2 Per forza.

3 Le ripeté. Traslato tolto dal giuoco di dadi, chiamato dell’Oca, dove ciascuna volta che arrestandosi sopra un punto nelle case, dispostevi in numero di 61, vi si trova segnata un’oca, si ripete in avanti il punto. Quindi il riocare.

4 Medesima osservazione, tra arioco e cquela, che si trova in nota al sonetto Er leggno a vvittura.

5 Parossismo.

6 Ci aveva.

7 Qui è termine di sola benevolenza.

8 Ci ha.

9 Disastro rilevante.

10 Affanno.

11 Sgombra: traslato preso dallo sgombro delle case, che in Roma dicesi lo sgommero. Qui sta per «partire dal mondo».

12 Specie di pane, con mandorle e uve appassite, che mangiasi a Natale. Esso è colorito sovente con dello zafferano.

 

 






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