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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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474. Er diavolo

 

Un giorno Rugantino1 der casotto,2
liticanno un goccetto3 co la mojje
pe vvia de scerte bbuggere de vojje,
perze4 la fremma e jje gonfiò5 un cazzotto.

 

«Diavolo porta via sto galeotto
che mme sfraggella indove cojje cojje»,
strillò Rrosetta:6 e, tràcchete,7 se ssciojje
un lampo, e scappa er diavolo de sotto.

 

Cquà Rrugantino, appena c’uscì ffora,
je disse: «Avete mojje voi, sor diavolo?».
E er diavolo arispose: «Nonzignora».8

 

Ma ddannoje un’occhiata ar capitello,9
repricò llantro: «Nonzignora un cavolo!
Cuesta nun è ccapoccia da zitello».

 

Roma, 22 novembre 1832 - Der medemo

 




1 Personaggio rappresentante il romanesco. Il suo carattere è però quello della presunzione mista alla viltà, e ciò in fatto di contese che va sempre accattando.

2 Piccolo teatrino ambulante, i di cui fantocci muovonsi per di sotto da una mano introdotta in una specie di veste ch’essi hanno in luogo di gambe. L’indice della mano penetra per via d’un fòro nel capo, e il medio e il pollice nelle due braccia, e così agitati fannosi i fantocci apparire al casotto come affacciati ad un parapetto.

3 Alquanto.

4 Perdé.

5 Scaricò.

6 Altro personaggio solito ecc.

7 Suono imitante il romore di una porta o checché altro che si scuota o subitamente apparisca.

8 Nonsignore, ma i Romaneschi ed anche molti Romani dicono nonsignora e sissignora anche ai maschi.

9 Testa.

 

 






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