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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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566. Le Case

 

Sin da cuanno me venne la sdiddetta1


vado in giro pe ccase ogni matina:
e nnaverebbe trove una ventina,
ma a tutte cuante sc’è la su’ pescetta.2

 

Cuella che sse sfittò jjeri a Rripetta3
è un paradiso, ma nun c’è ccuscina,
l’antra c’ho vvisto a la Coroncina4
ha una scala a llumaca stretta stretta.

 

Una a Ppiazza Ggiudia5 serve ar padrone:
le dua in Banchi6 nun c’è ttanto male,
ma jje vonno aricresce la piggione.

 

La tua è ppoca: cuella ar Fico7 è ttroppa...
Bbasta, nun trovo un búscio pe la quale,8
e sto ccome er purcino in de la stoppa;9

 

perché er tempo galoppa,
e ssi ccase a Rroma, o bbelle, o bbrutte,
cuante n’ha ffatte Iddio l’ho vviste tutte.

 

Roma, 7 dicembre 1832 - Der medemo

 




1 Disdetta: quell’atto legale di diffidare i pigionali al termine del fitto, affinché per patto tacito non si riconduca.

2 Pecetta: è quel tassello che ricopre un vizio nella superficie di checchesia; qui in senso traslato, «pecca, eccezione», ecc.

3 Il minor porto del Tevere.

4 Contada tra i Fori Traiano e Romano.

5 Piazza Giudea, su cui è patente la principale porta del Ghetto degli Ebrei.

6 Contrada presso la Mole Adriana, così detta dall’adiacente Banco-monetario dell’Ospedale di S. Spirito, in Sassia.

7 Piazzetta non lungi dal Foro Agonale.

8 Per la quale nel gergo romanesco vale «non adatto, non conveniente».

9 Proverbio indicante imbarazzo.

 

 






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