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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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602. Un gastigo de la Madonna

 

A le storielle tue io nun ce storcio:1


duncue credi a le mie. Ggiggia e Ggrilletto
s’ereno chiusi a ttanto de scatorcio2
pe cquer tal’affaruccio che tt’ho ddetto.

 

E ggià staveno a mmette a lo spilorcio
der marito una penna ar cappelletto,
cuanno a cquer tipp’e ttappe3 ecchete un zorcio
che scappa da un cuscino accapalletto.

 

Visto er nimmico suo, subbito er gatto
pijja l’abbriva, s’aggrufa, se corca,
eppoi zompa sur letto ippisifatto.4

 

Senti che ccaso! cuella bbestia porca
nell’impito aggranfiò ttutt’in un tratto
un uscello incastrato in d’una sorca.

 

Roma, 13 dicembre 1832 - Der medemo

 




1 Storcere (d’onde storcio in luogo di storco), significa «quel storcere di bocca che si fa in udir cose che non aggarbano»

2 Catorcio.

3 Tremolio proprio del caso.

4 Ipso-facto. Non è infrequente in Roma l’uso di modi latini, dove tutta la vita si conduce all’uopo di adagi, accomodati ad ogni specie d’avvenimenti.

 

 






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