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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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16. Per zor dottore ammroscio cafone

Sonetto

A Menico Cianca

 

Le nespole1 c’hai conte a cchillo sciuccio
(pe ddillo2 a la cafona) de dottore,
me le ppasteggiate,3 Menicuccio,
sino a cche m’hanno arifiatato er core.

 

Vadi a rricurre mo da Don Farcuccio4
pe rrippezzà li stracci ar giustacore:5
ché a Roma antro che un cavolo cappuccio
ppagà ppiù le miffe6 a stimpostore.

 

Ma er zor Ammroscio ha ffatto un ber guadaggno
trovanno a ffasse7 a ccusí bbon mercato
carzoni e ccamisciola de frustaggno:8

 

ché in ner libbro de stampa che mm’hai dato,
becce discessi9 all’urtimo: Lo Maggno;10
e, dde parola, te lo sei maggnato.

 

Roma, 13 ottobre 1831 - De Pepper tosto

 

 




1 I colpi.

2 Dirlo.

3 Assaporate.

4 Equivale a «nessuno».

5 Vedi il sonetto .

6 Menzogne.

7 Farsi.

8 Non offenda il trovare qui in frustagno un vocabolo non pure illustre, ma di forma e nazione veramente toscano. Il romanesco tende di sua natura ad alterare il suono delle parole, allorché per ispirito di satira, in lui acutissimo, vuole rendere il senso equivoco e farlo ingiurioso. Così, nel caso attuale, per dire che il dottore sia stato frustato pel corpo dal libro contro di lui stampato, non disconviene alla malizia romanesca la viziatura di fustagno, termine in uso, in frustagno, per la qual viziatura questo vocabolo viene per puro accidente, indipendentissimo da perizia filologica, ad essere restituito alla sua incognita forma.

9 Dicesti.

10 Nel libro di cui si tratta appariscono per ultime parole le seguenti: Fr. Dom. Lo Magno, firma del revisore ecclesiastico. E il detto libro contiene un dialogo scritto dal signor Benedetto Blasi intorno alle stoltezze dell’opuscolo dell’Ambrosio; e quindi un confronto fatto dal signor Domenico Biagini di quello stesso opuscolo colla celebre opera del Cabanis (Rapport de moral, etc.) della quale il D’Ambrosio ha fatto un continuo plagio, viziandola però per farle dire sciocchezze.

 

 






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