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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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631. Er ventidua descemmre

 

Propio cuesta che cqui nnun ve la passo,
de cche sto governo è un priscipizzio.
Sor coso1 mio, levàtevelo er vizzio
de laggnavve accusí dder brodo grasso.2

 

Er Zantopadre, pe ddiograzzia, è llasso,3
è un testone,4 è un papetto5 de ggiudizzio:
e ssi ariviè ssan Pietro a ffà stuffizio,
lui se ne frega e sse lo porta a spasso.6

 

Oggi (e cqua vvedi cuant’è ssanto e ddotto)
voleva ggiustizzià er Governatore
scerti arretrati, che ssò ssette o otto.7

 

Sai c’arispose er Papa a Mmonzignore?
«Giustizzia?! che ggiustizzia; io me ne fotto:
ner giubbileo8 se nassce e nnun ze more».

 

Roma, 19 dicembre 1832 - Der medemo

 




1 Qui sta come nome di disprezzo: ma generalmente tutti gli enti onde ignorasi il nome sono coso o cosa, donde poi il verbo cosare.

2 Cioè: «del buono e del comodo».

3 È impareggiabile, come l’asse di certi giuochi di carte.

4 Equivoco fra gran testa e una moneta da tre paoli.

5 Altro equivoco fra moneta da due paoli, di cui vedi il son…, e il diminutivo di Papa. Questi diminutivi come è un ometto, è un figurino, e simili, si adoperano anzi per dare importanza al soggetto.

6 Gl’impone.

7 Il 22 dicembre 1832 doveva infatti accadere l’esecuzione di queste sentenze capitali, e l’andò come qui dicesi.

8 Su tal giubileo vedi sonetti

 

 






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