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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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660. Er bon capo d’anno

 

Bbon capo-dajjo1 a llei, sora Maria.
Nun c’è arisposta? e cche vvor ? vve fanno?2
Eh oggi s’ha da vive in alegria
e nnun pijjasse de ggnisun malanno.

 

Anzi, io volevo, per nun bbuscía,
che ffascessimo inzieme un contrabbanno;
ché cquer che se fa oggi, sposa3 mia,
poi se seguita a ffà ppe ttutto l’anno.4

 

Tutti li gusti hanno da èsse a ccoppia
in sto ggiorno; e inzinenta in paradiso
se a li santi la pietanza doppia.

 

E pperché er Papa ha mmesso er giubbileo?5
Perché er bambin Gesú ss’è ccirconciso,
e ’r fijjolo de Ddio s’è ffatto ebbreo.

 

Roma, 24 dicembre 1832 - Der medemo

 




1 Capo d’anno, in modo scherzevole.

2 Far le creste, le paturne, cioè avere il «mal umore».

3 Sposa (pron. colla o stretta) è il titolo d’onore che si a tutte le donne.

4 Questa è l’opinione generale, che al principio dell’anno si debba fare di ogni cosa piacevole un po’, dappoicché ciò nel primo giorno dell’anno si fa, e quello in tutti gli altri si prosegue.

5 Su ciò vedi i sonetti

 

 






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