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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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671. Le laggnanze

 

Già le sapemo tutte le cuarelle1


che smòveno2 cqua e llà li ggiacubbini;
ch’er Governo è una torre de Bbabbelle:
che tutto l’ojjo va ne li lumini:3

 

ch’er Zantopadre è un capo d’assassini:
che dder popolo suo ne la pelle:
che cquanno l’omo nun ha ppiú cquadrini
l’arricchisce cor cressce le gabbelle:

 

che cqua ssemo in ner Ghetto de la Rua:4
che li sudditi porteno l’imbasti,5
e ’r vino se lo bbevono uno o ddua...

 

Che?! Aspetta6 ar Papa de toccà sti tasti,
perché ne sa ppiú er matto a ccasa sua
ch’er zavio a ccasa d’antri:7 e cquesto abbasti.

 

Roma, 26 dicembre 1832 - Der medemo

 




1 Querele.

2 Agitano.

3 I cappelli triangolari de’ preti, consimili di forma a certe lampadette di terra-cotta, ad uso di luminarie, dette lumini.

4 Parte e porta del Ghetto, ossia ricinto degli Ebrei, riputati gente avara e frodolenta.

5 I basti.

6 Spetta.

7 Proverbio.

 

 






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