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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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677. Er bambino de li frati1

 

S’ha da lodà li frati perché ffanno
cuer presepio che ppare un artarino.2
Tu lo sai che ssò ffrati, e vvai scercanno
si sta notte arimetteno er bambino!

 

Io voría che pparlassi cuer lettino,
cuele stanzie terrene indove vanno;
e vvederessi, ventotto de vino,3
che lo vonno arimette tutto l’anno.

 

Ggià, cche spesce4 ha da cche cco la pacchia5
che ggodeno sti poveri torzoni,
je se gonfi la groppa a la verdacchia?

 

Ortre c’ar rivedé li bbardelloni,6
e a l’ingrufà ssi ccapita una racchia,7
è un gran commido annà ssenza carzoni!

 

Roma, 27 dicembre 1832 - Der medemo

 




1 Gli zoccolanti, già nominati nel sonetto precedente.

2 Avanti il Mistero sono accesi torchi, come non una campagna, ma un altar maggiore ivi a’ riguardanti si appresentasse.

3 Espressione passata in proverbio, che significa: «sempre una cosa», dacché si narra di un tale, i di cui conti quotidiani dell’oste cominciavano sempre dalla partita Ventotto di vino.

4 Specie.

5 Vita comoda.

6 Far sodomia.

7 Vaga e fiorente giovane.

 

 






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