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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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713. Er discissette ggennaro

 

Nostròdine1 cor zanto Madrimonio2
semiti a vvisità Ssanta Pressede,3
e ddoppo a Ssammartino,4 e ddoppo a vvede5
a bbenedí le gubbie a SsantAntonio.6

 

Er prete era cuer pezzo de demonio7
de don Pangrazzio, e stava in cotta in piede
a aspettà cco l’asperge8 che la fede
je portassi le bbestie ar mercimonio.

 

Porchi, somari, pecore, cavalli,
s’aïnaveno9 tutti in una turma,
pieni de fiocchi bbianchi, e rrossi e ggialli.

 

E ddon Pangrazzio, fascenno10 una toppa11 de quadrini, strillava a cquella sciurma:12
«Fijji, la carità nnun è mmai troppa».

 

Roma, 8 gennaio 1833 - Der medemo

 




1 Noi. Miòdine, vuol dire «io»; vostròdine, «voi»; er zor òdine, «egli».

2 Con la moglie.

3 Chiesa sull’Esquilino, sopra le Terme di Novato, nell’antico Vico Laterizio.

4 S. Martino, altra chiesa elegantissima, contigua alla predetta.

5 Vedere.

6 Notissima benedizione di bestie, con retribuzione di candela ed elemosine in numerario.

7 Pezzo-di-demonio: uomo grande e grosso.

8 Aspersorio.

9 Ainarsi: affrettarsi ansiosamente.

10 Facendo.

11 Cumulo.

12 Ciurma.

 

 






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