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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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717. Er marito contento1

 

Te fischieno l’orecchie?2 Oh vva’ le teste!3
E a mmé, ssi ccasomai, me rode er naso.4
Tu in testa sciài li scrupoli: io le creste.5
Potemo sbarattà ccaso pe ccaso.

 

Le cose noi le famo leste leste,
, Titta? Tu ssei bbirbo e fficcanaso:
io me metto li panni de le feste:6
ducòccole,7 e tte faccio perzuaso.

 

Chi mmena er primo lui mena duvorte:
duncue, all’erta, ch’io llesto de mano,
e li cazzotti li provedo a sporte.

 

Nun ha da preme8 a vvoi, sor ciarafano,9
si mmimojje me fa lle fusa-torte.
Eppoi, che cc’è da ? Nnassce un cristiano.

 

Roma 9 gennaio 1833 - Der medemo

 




1 È in Roma un meno volgar nome di consimile senso: Cornelio-Tacito.

2 Fischian le orecchie. Dicesi accadere questo fenomeno, allorché altri mormori di te.

3 Or vedi i cervelli!

4 Rodere il naso: aver prurito di piatire.

5 La collera.

6 Mettersi i panni delle feste, cioè: «porsi in acconcio di farsi rispettare».

7 Busse.

8 Premere, interessare.

9 Imbecille.

 

 






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