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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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721. Er cassiere

 

Er riscritto disceva: Antonio Ulivo
sino da ggiugno scorzo è ggiubilato
.
Dunque io curze a pijjà er cuantitativo,
che ffasceva er currente e llarretrato.

 

Disce: «Indov’è la fede der curato
che ffacci vede che vvoi sete vivo
«Oh bbella! e io chi ssò, ssiatammazzato,
io che parlo, cammino e ssottoscrivo?».

 

Guasi m’era vienuta bbizzarria
de ddajje er calamaro1 in mezz’ar gruggno,
com’attestato de la vita mia.

 

Nun je stavo davanti a cquer burzuggno?2
Pascenza avessi avuto fantasia
d’avé una prova ch’ero vivo a ggiugno.

 

Roma, 9 gennaio 1833

 




1 Nella pronuncia dell’infimo volgo la voce calamaio si avvicina meglio alla sua correttezza, che in quella de’ meno volgari, ed anzi di molti cittadini, i quali dicono callamaro: né manca chi, per vezzo di analogia, la corregga in caldamaro, dacché non callo ma caldo la buona ortoepia richiede ai retti parlatori.

2 Goffo, rustico.

 

 






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