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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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746. Er lupo-manaro1

 

’Na notte diluviosa de ggennaro
a Ggrillo er zediaretto a Ssan Vitale
tutt’in un botto jariprese er male
dell’omo-bbestia, der lupo-manaro.

 

Ar primo sturbo, er povero ssediaro
lassò la mojje e ccurze2 pe le scale,
e ssur portone diventò animale,
e sse n’aggnede3 a urlà ssur monnezzaro.4

 

Tra un’ora tornò a ccasa e jje bbussò;
e cquela sscema, senza cchi è,
je tirò er zalissceggne,5 e ’r lupo entrò.

 

Che vvòi! appena fu arrivato ,
je s’affiarò6 a la vita, e ffor de sé
la sbramò7 ssenza fajje Ggesú.8

 

Lui je lo disse:9 «Tu
bbada de nun uprí, ssi nun te chiamo
tre vvorte, ché ssi nnò; Rrosa, te sbramo».

 

Cuanno aveva sto ramo10
d’uprì, ppoteva armanco11 a la sicura
dajje una chiave femmina addrittura.12

 

Roma, 15 gennaio 1833

 




1 Male di convulsioni, vero o finto che sia.

2 Corse.

3 Andò.

4 Immondezzaio.

5 Saliscendo.

6 S’avventò.

7 Sbranò.

8 Senza che ella potesse far parola.

9 L’avvisò.

10 Capriccio.

11 Almeno.

12 Questo è il rimedio prescritto dalle donne: dare in mano al lupo una chiave femmina. Tutto il sonetto è una fedele esposizione di quanto vuolsi accadere su questo oggetto.

 

 






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