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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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753. Dommine-covàti1

 

A Ddommine-covàti sc’è un ber zasso
piú bbianco d’una lapida de latte,
cor un paro d’impronte de sciavatte,2
che ppareno dipinte cor compasso.

 

Llí, un giorno, Ggesucristo annanno3 a spasso,
trovò ssan Pietro, che, ppe nnun commatte4
cor Re Nnerone e stantre teste matte,
lassava a Rroma er zuPapato grasso.

 

«Dove vai, Pietro?»,5 disse Ggesucristo.
«Dove me pare», er Papa jarispose,
come avería risposto l’Anticristo.

 

Io nun m’aricordo l’antre cose;
ma sso ccher zasso ch’io co stocchi ho vvisto
Cristo lo siggillò cco le carcose.6

 

Roma, 15 gennaio 1833

 




1 Domine quo vadis, piccola chiesa suburbana sulla Via Appia. È tradizione che san Pietro, fuggendo Roma e il martirio, ivi incontrasse il Maestro, e gli dicesse: Domine, quo vadis?, e che rispostogli da Cristo: Eo Romam iterum crucifigi, egli, vergognoso della sua pusillanimità, ritornasse indietro e v’incontrasse la morte.

2 Ciabatte.

3 Andando.

4 Combattere.

5 Qui s’intende che la ignoranza dell’interlocutore confonde i fatti tradizionali.

6 Le calcóse: vocabolo romanesco antiquato, sinonimo di «scarpe». La pietra, di cui qui si parla, conservasi ivi presso, nella Chiesa di San Sebastiano.

 

 






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