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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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796. Er ricurzo ar presidente1

 

Sor Presidente mio, per avé ddetto
ste poche cose che ssò ttutte vere,
cuela2 nidata llà dde panze-nere3
me minacciorno inzino er cavalletto.

 

Se fesce avanti un ber4 cherubbignere,5
me messe, bbontà ssua, le man’in petto,
e ssenza manco arrenneme6 er bijjetto
me cacciò ffora come un cavajjere.

 

Perché, ddich’io, nun fanno come in chiesa,
che cchi nun li bbanchi sc’è la ssedia?
Pe pparte mia7 me la sarebbe8 presa.

 

Ma cquesta intanto come s’arimedia?
Ho da bbuttà l’incommido e la spesa,
e llassajje9 er testone10 e la commedia?

 

Roma, 20 gennaio 1833

 




1 Presidente regionario di Polizia.

2 Quella.

3 Gente abbietta, così detta dall’andare colle pance annerite dal sole che le percuote nelle loro nudità. Qui è detto in via di dispregio.

4 Bel.

5 Carabiniere: soldato di polizia.

6 Rendermi.

7 In quanto a me.

8 Sarei.

9 Lasciar loro.

10 Vedi la nota… del Sonetto

 

 






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