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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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801. L’affare der fritto1

 

Ho dda ricurre?2 a cchi? ffámme er zervizzio,
dimme3 a cchi, si cqua è ttutta una corona!4
Ho dda ricurre! Cuanto sei cojjona!
Me voressi5 mannamme6 in priscipizzio?

 

Sto ladro è una bbravissima perzona,
un bon ciarvello,7 un omo de ggiudizzio,
che gguarda sempre addosso a Ccaglio e Ttizzio,8
eppoi curre ar Governo9 e sse spassiona.10

 

Governatore e spie 11 ttutt’un ballo:
ccome li bbatocchi e le campane:
la favola tua der cescio e ’r gallo.12

 

Cane, sorella mia, nun maggna cane.13
Duncue, è mmejjo a stà zzitti, e dde lassallo
er zumestiere e gguadaggnasse14 er pane.

 

Roma, 21 gennaio 1833

 




1 Agli offesi, per ischernirli di soprappiù, si suol dire: lo sapete l’affare der fritto? abbozzate e stateve zitto. Il verbo abbozzare corrisponde perfettamente alla forza del francese endurer.

2 Ricorrere.

3 Dimmi.

4 Tutta una lega.

5 Vorresti.

6 Mandarmi.

7 Cervello.

8 Cajo e Tizio: nomi generici.

9 Il palazzo della Polizia e del Criminale.

10 Fa delazione.

11 Sono.

12 Un gallo di una persona si beccò un cece di un’altra. Il padrone del cece gridava al padrone del gallo volere il cece o il gallo che per lui era la stessa cosa. Favola che si narra in Roma ai bambini per avvezzarli alle grandi idee.

13 Proverbio.

14 Guadagnarsi.

 

 






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