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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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804. San Cristofeno

Sonetti 2

 

In zagristia de cuella bbona ggente
de Sant’Onofrio1 cianno2 un riliquiaro
che ffanno vede3 a cchi nnun è un zomaro
che nnun capischi o cche nnun credi ggnente.

 

Drento a sto coso c’è ariposto un dente,
ma ppotete ppuro4 un dente raro,5
che ppare mezza pietra de staggnaro,6
e aveva a ttempi sui trentun parente.

 

San Cristofeno mio co sta famijja
sce fasceva una vorta colazzione,
cuanno nun era tempora o vviggijja.

 

Prese duncue le ggiuste proporzione,
noi potemo escramà cco mmaravijja:
accidenti che ppezzo de freggnone!

 

Roma, 21 gennaio 1833

 




1 Chiesa degli eremitani di S. Girolamo, fondata sul Gianicolo dal B. Niccolò da Forca, dove giacciono le ossa di Tasso e del Guidi.

2 Ci hanno.

3 Vedere.

4 Pure.

5 È gentilmente un pezzo di corona di un dente molare d’elefante.

6 S’intende qui parlare di que’ grandi macigni, sui quali gli stagnari distendono i loro metalli malleabili.

 

 






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