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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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891. Er verde1

 

Oh cche rride2 co Cciscia-Pacchiarella!
Noi fàmio3 ar verde siconno4 er costume,
e o nnotte o ggiorno, o ar lume o ssenza lume
nun me poteva cojje in ciampanella.5

 

Jerar giorno a la fine, poverella,
doppo tamante6 prove annate in fume,
venne a ssapé cch’io ero ito a ffiume
a nnotà7 ssolo solo a la Renella.8

 

Credenno9 in testa sua de famme perde,10
subbito lei, pe ccòjjeme in freganti,11 curre a la riva, e ddisce: «Oh, ffora er verde».

 

E llesto io jarisponno: «Un momentino».
E accusí iggnudo me je faccio avanti
cor finocchio attaccato ar pennolino.12

 

Roma, 12 febbraio 1833

 




1 In primavera è uso di scommettere fra due persone una moneta o altro di convenzione, da pagarsi da chi in qualsivoglia momento si faccia sorprendere senza alcun che di erba verde indosso. Per solito questo consiste in finocchio, e dev’essere tanto fresca quanto possa tingere del suo colore una parete bianca. Dicesi il giuoco «fare al verde».

2 Ridere.

3 Facevamo.

4 Secondo.

5 Cogliere in fallo.

6 Tante.

7 Nuotare.

8 Una riva del fiume in Trastevere.

9 Credendo.

10 Farmi perdere.

11 In flagrante delitto.

12 Pendaglio. Cosa esso si fosse, vedi il Sonetto

 

 






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