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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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910. L’Uffizzio der bollo1

 

Presa a Ppiazza de Ssciarra2 la scipolla
dall’ortolano, e, llí accanto, er presciutto,
le paggnottelle e ’r pavolo de strutto,
annavo3 a ffà bbollà la fede a Ttolla.4

 

Quanto m’accosto a un omettino assciutto,
che stava a ppijjà er Cracas5 tra la folla:
«Faccia de grazzia, indov’è cche sse bbolla6
«Eh, a Rroma, nu lo sai?», disce: «pe ttutto».

 

Doppo, ridenno,7 m’inzeggnò lluffizzio.
Ma ttratanto8 capischi che ffaccenna?
che stoccatella a nnostro preggiudizzio?

 

Ma ssai cche jje diss’io? «Sor coso, intenna,9
ch’è vvero che ccertuni hanno sto vizzio,
ma cquer tutti lo lassi in de la penna».

 

Roma, 17 febbraio 1833

 




1 Il bollo straordinario della carta.

2 Piazza sulla via del Corso, dove si crede fosse eretto anticamente l’arco trionfale di Claudio per le vittorie sopra la Britannia e le Isole Orcadi.

3 Andavo.

4 Teresa.

5 Il gabinetto dove si dispensa il foglio politico (Diario), chiamato da alcuni il Cràcas, dal nome dell’antico editore del così detto Cràcas o notiziario romano attuale.

6 Bollare significa in Roma anche «il fraudare altrui nel denaro, sorprenderlo in interesse», ecc.

7 Ridendo.

8 Intanto.

9 Intenda.

 

 






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