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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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926. Li peggni

 

Oh bbona!1 A Rroma s’era sempre usato
che li Papi, ar riscéve2 li trerreggni
fascéveno aridà3 ttutti li peggni
che li Romani aveveno impeggnato.

 

Prima io dunque che ffussi spubbricato4
er Papa novo da sti rrossci5 indeggni,
m’aggnéde6 a pportà ar Monte7 li mi’ ordeggni,
e cce fesce8 dupranzi ar Tavolato.9

 

C’avevo da sapé, ffijji mii bbelli,
ch’er Papa dovessi èsse10 un Cappellaro11 che sformassi12 sta razza de cappelli?13

 

Cazzo! annajje14 a vviení lo schiribbizzo15
de nun ridà li peggni de ggennaro!16
Cuesta cche mmarriva ar cuderizzo!17

 

Roma, 23 febbraio 1833

 




1 Interiezione usata quando altri non vuole persuadersi delle parole o dell’operato di alcuno. L’a finale deve udirsi alquanto prolungata.

2 Al ricevere.

3 Facevano restituire.

4 Che fosse pubblicato.

5 Rossi: le Loro Eminenze.

6 M’andai.

7 Il Monte di Pietà.

8 Ci feci.

9 Il Tavolato è nome di un’osteria a circa tre miglia da Roma in sulla via di Napoli.

10 Dovesse essere.

11 Il cognome di Gregorio xvi è Cappellari, come tutti i fedeli e gl’infedeli sanno.

12 Sformasse.

13 Sformar cappelli, o anche semplicemente sformare significa in buona Crusca: «entrare in broncio», o per parlare con più farina: «prendersi collera».

14 Andargli.

15 Capriccio.

16 Il Pontefice fu creato il 2 di febbraio.

17 Coccige. «Oh questa sì che mi giunge al vivo!».

 

 






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