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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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947. Er bon esempio

 

Cuanno se disce poi nun ce se crede!
Come vòi crede1 a sti parabbolani
de preti, che li cani che ssò2 ccani
viengheno3 piú ssinceri, hanno ppiú ffede?

 

Senti er curato mio che mme succede.4
Com’oggi m’approvò5 cche li cristiani
è ppeccato de fotte;6 e llui domani
ballava su la panza de Pressede.

 

Ma ggià dar capo viè ttutta la tiggna;7
ché ssi8 un po’ ne mannassino9 a l’incastro,10
je se potría intorzà11 cquarche ffufiggna.12

 

«Come va», jje diss’io, «Padre Filisce?».
E llui rispose: «Lei facci,13 sor mastro,
cquer ch’er prete fa ma cquer che ddisce».

 

Roma, 10 maggio 1833

 




1 Credere.

2 Sono.

3 Vengono.

4 Cioè: Senti cosa mi succede col curato mio.

5 Provò.

6 Cioè: che, per i cristiani, è peccato fottere.

7 Proverbio.

8 Se.

9 Mandassero.

10 Ergastolo.

11 Dicesi anche rimporre, cioè «rimanere in gola».

12 Contrabando.

13 Faccia.

 

 






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