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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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956. Er poscritto1

 

M’aricorderò ssempre la matina
de cuellammazzataccia coscrizzione.
Stàmio2 tutti inzeppati in d’un Zalone3
aspettanno la nostra chiamatina.

 

Tiramio4 allora for da un bussolone
una palla co ddrento una cartina:
sott’a un spesce5 poi de quajjottina,
ce misuramio6 come er borgonzone.

 

Io tirai er ventuno, e cquanno aggnéde7
a mmisuramme8 senza scarpe, intese9
c’un fariseo strillò: «Ll’è zinque piede».

 

Ma ddoppo grazziaddio m’ariformonno,10
perch’ero níobbe;11 e in capo a mmezzo mese
ebbe12 la grazzia d’arimane13 ar monno.

 

Roma, 13 maggio 1833

 




1 V’ha chi dice coscritto, e chi poscritto.

2 Stavamo.

3 Una delle sale del Palazzo della Cancelleria di Santa Chiesa, il quale deve la sua origine al Cardinale Riario, e i suoi materiali al Colosseo, donde furono tolti anche per altri edifici.

4 Tiravamo.

5 Specie.

6 Misuravamo.

7 Andai.

8 Misurarmi.

9 Intesi, per «udii».

10 Mi riformarono.

11 Miope.

12 Ebbi.

13 Di rimanere.

 

 






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