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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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983. Er patto-stucco1

 

Sto2 prelato a la fijja der zartore,
che cciannava a stirajje3 li rocchetti,
je fesce vede4 drent’a un tiratore
una sciòtola5 piena de papetti,6

 

discennoje:7 «Si vvòi che tte lo metti,8
ttutti tui9 e tte li do dde core».
E llei fesce bbocchino e ddughiggnetti,
eppoi s’arzò er guarnello10 a Mmonziggnore.

 

Terminato l’affare, er zemprisciano11 pe ppagajje12 er noleggio de la sporta,13
pijjò un papetto e jje lo messe14 in mano.

 

Disce: «Uno solo?! e cche vvor sta torta?15
Ereno tutti mii!...»16 - «Fijjola, piano»,
disce, « ttutti tui, uno pe vvorta».17

 

Terni, 16 ottobre 1833

 




1 Far patto-stucco, vale: «fare un contratto complessivo di tutte le sue parti a un solo prezzo prestabilito».

2 Questo.

3 Ci andava a stirargli, ecc.

4 Le fece vedere.

5 Ciotola.

6 Il papetto è moneta d’argento da due paoli.

7 Dicendole.

8 Se vuoi che te lo metta. Dove poi e che, Dio lo sa!

9 Son tutti tuoi.

10 Si alzò la vesta.

11 Ironia di semplice.

12 Per pagarle.

13 Vedine il senso nel Son...

14 Le lo mise.

15 Che è questo?

16 Erano tutti miei!...

17 Uno per volta.

 

 






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