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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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996. Le dumosche

 

Tu sta’ attenta a le mosche, Nastasía,1


mentr’una nun ze2 move e una cammina,
che ammalappena questa j’è vviscina,
je zompa su la groppa e ttira via.

 

Accusí3 è la cumprisione4 mia:
ch’io vedenno5 una femmina, per dina!,
si nun je do una bbona incarcatina6
me parerebbe d’èsse in angonia.7

 

Lo sa l’Urion8 de Monti s’io sce tiro,9
e lo ddí cco ttutta la raggione
ch’io la mosca che vva ssempre in giro.

 

E istesso10 lo sa ttutta la Caserma
de Scimarra,11 che ttu ddrent’a l’Urione(8)
sei l’antra12 mosca che sta ssempre ferma.

 

27 ottobre 1833

 




1 Anastasia.

2 Non si.

3 Così.

4 Complessione, per «natura» o anche «costume».

5 Vedendo.

6 Incalcatina, compressione.

7 D’essere in agonia.

8 Rione.

9 Ci tiro, ci anelo.

10 Medesimamente.

11 Il Palazzo de’ Conti Cimarra, presso l’Esquilino. ridotto in oggi a Caserma di soldati.

12 L’altra.

 

 






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