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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1002. Er poveromo

 

È una spesce1 de quer che mm’è2 successo
a mmé, llí da l’Impresa a la Missione.
Passava un prelatino; e un lanternone3
de decanaccio4 je vieniva appresso.

 

Io je stese5 la coppola; e cquer fesso6
sai che mme disse? «Fatica, portrone.
Ma eh? ssò7 ppropio sscene? Er bove adesso
disce cornuto all’asino.8 Ha rraggione.

 

Dimme9 portrone a mmé, ppe ccristallina,10
che cquanno viè11 la sera che mme corco
nun me sento ppiú llossa de la schina!12

 

Mentre che llòro, fijji de miggnotte,13
fanno la vita der Beato Porco
tra annà in carrozza, maggnà, bbeve14 e ffotte.

 

29 ottobre 1833

 




1 Specie.

2 Mi.

3 Lanternone dicesi ad uomo lungo e mal fatto.

4 Servitoraccio.

5 Gli stesi.

6 Quello sgarbato.

7 Sono.

8 Proverbio.

9 Dirmi.

10 Giuramento modificato.

11 Viene.

12 Schiena.

13 Bagasce.

14 Bere.

 

 






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