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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1022. Li padroni sbisbetichi1

 

Lui la intenne2 accusí? Ddàjjela vinta:
tanto co llòro er repricà nnun vale.
Tanto come che ffai sempre fai male.
Li padroni 3 ttutti d’una tinta.

 

Ppiú dder mio? Disce: «Scerca a Ggrotta-pinta,4
nummero tale, er carzolaro tale,
e ddíjje che mmallarghi sto stivale,
e cche ggià cquesta che mme fa è la quinta».

 

Io curro,5 vedo s’una porta nova
scritto Bottierre,6 che vvo ddí7 bbottaro,
torno a ppalazzo, e ddico: «Nun ze8 trova».

 

E llui s’infuria, me dder zomaro,
me sbatte in faccia una manata d’ova,
e pprotenne9 che llí cc’è un carzolaro.

 

16 novembre 1833

 




1 Bisbetici.

2 Intende.

3 Sono.

4 Luogo di Roma.

5 Corro.

6 Bottier. Non sono pochi i bottegai di Roma e d’Italia, che abbiano il vezzo di annunziarsi agli occhi del pubblico in lingue straniere, che poi caricano di spropositi.

7 Vuol dire.

8 Non si.

9 Pretende.

 

 






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