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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1068. Er 28 Settembre1

 

Bbe’, mmettémo2 che ssia; dimo,3 Vincenza,
che li Francesi avessino4 raggione.
Fàmo caso,5 si vvòi, che Nnapujjone
cqua cce potessi addomminà6 in cusscenza.

 

Che ccosa ne viería7 pe cconzeguenza?
C’oggi nun ze faría8 Papa Leone,
e a li sordati pe sparà er cannone,
nun je daría9 ggnisuno l’indurgenza.

 

Poi, che disse a l’apostolo er Messia?
«Voi sete Pietro, e ssu sta pietra sola
ce vojjo dificà10 la Cchiesa mia».11

 

E nnun ce che ’na testa de leggno
pe nnun capí cche ssotto la parola
de quella Cchiesa s’ha da intenne12 er Reggno.

 

26 gennaio 1834

 




1 1823.

2 Mettiamo.

3 Diciamo.

4 Avessero.

5 Facciamo caso: supponiamo.

6 Dominare.

7 Verrebbe.

8 Farebbe.

9 Darebbe.

10 Edificare.

11 Queste memorabili parole, scritte nell’interno della cupola di S. Pietro sono rivocate in dubbio da qualche incredulo, sul nudo e solo motivo che nella lingua ebraica, o altra (fuori della latina o italiana) che avesse parlato Gesù Cristo, manca il fondamento anfibologico della omofonia tra Petrus e petra. Ma forse Gesù Cristo parlò a San Pietro in latino, poiché intendeva fondare una Chiesa latina. In questo caso però la Chiesa greca non fu fondata da Cristo.

12 Intendere.

 

 






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