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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1093. La mojje fedele

 

E aricacchia!1 Dall’antra2 sittimana
ch’è rriannato3 in campaggna mi’ marito,
viè4 cquer brutto pivetto5 intirrizzito
tutte le notte a bbatteme6 la diana.

 

Oh ccazzo! e cche ssarò? cquarche pputtana
che ttira er zalissceggne7 per invito?
, cojjone, sta’ llí, mmore8 ingriggnito,9
sin c’aritorni a scòla a la campana.10

 

Ôh, sserra la finestra, Ggiuvacchino,
ch’io mommó11 ddo de piccio12 ar pitaletto
e l’ammollo per dio come un purcino.

 

Che sse vadi a ffà fotte sto pivetto;
e nnoi, tratanto che llui fa er zordino,13
spojjamosce de presscia14 e annàmo15 a lletto.

 

14 marzo 1834

 




1 Ricacchiare: «rigermogliare»; qui per «ritornare».

2 Dall’altra.

3 Riandato.

4 Viene.

5 Pivetto, nome di scherno che si ai garzoni, specialmente a quelli che affettano modi virili.

6 Battermi.

7 Il saliscendo.

8 Muori.

9 Ingrignito esprime quella certa contrazione di muscoli e tendini, che si osserva negli assiderati.

10 Cioè: «al suono della campana».

11 Or ora.

12 Do di mano.

13 Fare il sordino: chiamare con un sottilissimo sibilo, siccome usano fra loro gli amanti.

14 Spogliamoci di fretta.

15 Andiamo.

 

 






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