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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1133. L’invetrïata de carta

 

Era duora, e stavo ar mi’ bbanchetto
a ccuscí un tacco a una sciavatta1 fina,
quanto... bbún! ssento un botto a la vetrina,2
eppoi: «Se appiccià3 sto moccoletto?».

 

Io do un zarto4 e cchedè?!5 vvedo un pivetto6
tutto-quanto impiastrato de farina,
che sse7 sporge co un pezzo de fasscina
tra li fojji8 stracciati, inzino ar petto.

 

M’arzo,9 agguanto10 una forma, apro, esco fora,
vedo una cosa bbianca, e, incecalito,11 do una formata in testa a una siggnora.

 

Lei fa uno strillo: io scappo; ma er marito
m’arriva, e mme ne , cristo!, c’ancora
me sce sento er groppone indormentito.

 

27 marzo 1834

 




1 Ciabatta.

2 Bussola della bottega.

3 Accendere.

4 Salto.

5 Che è? cosè?

6 Un fraschetta.

7 Si.

8 Fogli.

9 M’alzo.

10 Afferro.

11 Abbacinato.

 

 






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