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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1150. Er Cardinale de pasto1

 

Cristo, che ddivorà! Ccome ssciroppa2
quer Cardinale mio, Dio l’abbi in pasce!
E la bbumba?3 Cojjoni si jje piasce!
Come ssciúria,4 per dio! come galoppa!

 

Quello? è ccorpo da bbarba de stoppa5
a un zei6 conventi: ché ssaría capasce
de maggnajjese er forno, la fornasce,
er zacco, er mulo, e ’r mulinaro in groppa.

 

Lui se sfonna7 tre llibbre de merluzzo,
quann’è vviggijja,8 a ccolazzione sola:
capite si cche stommichi de struzzo?9

 

Oh a lui davero er don10 de l’appitito
lo sarva dar peccato de la gola,
perché appena ha mmaggnato ha ggià smartito.11

 

3 aprile 1834

 




1 Di buono appetito.

2 Come ingolla!

3 Il bere.

4 Sciuriare, per «bevere con avidità».

5 Fare altrui bara di stoppa, vale: «lasciarlo al secco di tutto».

6 Sei.

7 Si sfonda, si divora.

8 Vigilia.

9 È nota la credenza popolare intorno allo stomaco dello struzzo, capace di digerire il ferro come un marzapane o un berlingozzo.

10 Dono, per «prerogativa».

11 Smaltito.

 

 






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