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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1166. La scéna1 de Bbardassarre

 

Me maravijjo assai de Bbardassarre,
che vvedenno er manone affumicato
ciannò a cchiama2 Danielle! un disperato
che ne sapeva men de Putifarre.

 

Fussi stat’io! in duparole marre3
je l’averebbe4 subbito spiegato.
Com’era scritto? Mane Tescer Fiarre?
Ce vvò ttanto? Domani t’essce er fiato.

 

Che! fforzi5 è una bbuscía? ma ccatterina,6
me pare ch’er zor re dde Bbabbilonia
nun arrivassi7 manco a la matina.

 

Un profeta ha d’annà ssubbito ar quonia,8
e nnò mméttese9 a ffàna sciarlatina,
che ppoar fin de li conti è una fandonia.10

 

6 aprile 1834

 




1 Cena.

2 Ci andò a chiamare.

3 Le parole marre, il parlar marro è il volgare della plebe.

4 Glielo avrei.

5 Forse.

6 Esclamazione. Cattera, catterina! Deriva dal desiderio di dire una sozza parola che principia per Ca..., e insieme dalla pudicizia che vuol farla abortire.

7 Non arrivasse.

8 Al quoniam: alla conclusione.

9 Mettersi.

10 Fanfaluca.

 

 






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