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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1177. Lo straporto der burrò1

 

Com’è? ddite davero, o ccojjonate?2
Sete annata3 de casa a li Leutari?!4
Nun tienete ppiú llantra5 a li Ssediari
che6 vve pagava la piggione er frate?!

 

Nun abbitate piú ccome stistate7
in quelli stanziolini tanti cari,
dove fascévio8 tanti bboni affari
a un testone9 pe vvisita e sscialate?

 

Prima credo però ddèsseven10 ita,
da stantra donna che cc’è entrata adesso
ve siate fatta lla bbonusscita.11

 

Perché, a ddí poco, ar meno un zei pe ccento
voi ve lo meritate, sora Ghita,12
a ttitolo de posto e d’avviamento.

 

8 aprile 1834

 




1 Prima la voce burò non indicava altro a Roma, se non che un mobile da riporre panni, detto anche comò, canterano, un’arca insomma. Ed abbiamo anzi due stradelline chiamate burò, appunto per la bizzarra forma delle case fra le quali sono aperte, case foggiate a modo di armadi centinati per fare fronte e ornamento alla chiesa gesuitica di S. Ignazio. Dalla venuta poi de’ Francesi è restata la parola burò nel senso proprio di uficio, tale quale suona il loro bureau.

2 Scherzate?

3 Siete andata.

4 I liutari, contrada romana.

5 L’altra.

6 Di cui.

7 Estate.

8 Facevate.

9 Moneta di tre paoli.

10 Esservene.

11 Dare il buon uscito, o il ben uscito: pagare un inquilino perché ceda il fondo del suo affitto.

12 Signora Margherita.

 

 






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