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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1215. Er rompicollo1 de mi’ sorella

 

Pijjà mmojje! e cche ccià?2 ccià un par de monghi.3
Co cquer tanto c’abbusca4 in stamperia
in cammio de sazzialla5 all’osteria
la abbottà de virgole e dditonghi.

 

Io je l’ho ddetto a llei, che sse disponghi
a ccampà de sbavijji6 e ccarestia,
e cche sse attaccà a ssanta Maria,7
ma ffaranno le nozze co li fonghi.8

 

E llei? ggnente: cocciuta9 com’un corno.
Lo ,10 ccredessi11 de morí affamata.
Dunque, schiavo: se pijjino,12 e bbon giorno.

 

E ssai cosa je canta Mamma e Ttata,
e ttutti li viscini de cqua intorno?
«Servo, sora cucuzza-maritata».13

 

20 aprile 1834

 




1 Il matrimonio malauguroso.

2 Che ci ha? cos’ha? cosa possiede?

3 Niente affatto. Dicono ancora un par de ciufoli (zufoli).

4 Busca: guadagna.

5 In cambio, invece di saziarla.

6 Di sbadigli.

7 Attaccarsi a Santa Maria: fare ogni sua possa.

8 Proverbio indicante la povertà delle nozze.

9 Ostinata, dura.

10 Lo vuole.

11 Quando anche credesse, ecc.

12 Si piglino, si sposino.

13 Minestra di zucche ed uovi. Qui ciascuna delle due parole deve avere il suo significato distinto: «stolta» che «va a marito».

 

 






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