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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1239. La colazzione nova

 

S’io vojjo una bbona colazzione,
empio la notte un bicchier d’acqua pieno,
opro li vetri,1 lo metto ar zereno,2
eppoi vado a rronfà ccome un portrone.

 

La matina che vviè, ppijjo un cantone
de paggnotta arifatta3 (che ppiú o mmeno
fo avanzamme4 la sera quanno sceno),5
l’inzuppo, lo pasteggio,6 e sto bbenone.

 

Che vvòi sentí! caffè, ggramola,7 panna,8
zabbujjone,9 spongato, rossi-dova?
te sa ddoggni sapor come la manna.

 

Domani, Nanna mia, tu vviemme a ttrova,10
e ssenza tanti comprimenti, Nanna,
tu ssentiraina colazzione nova.11

 

23 aprile 1834

 




1 La finestra.

2 Mettere al sereno una cosa, è semplicemente «esporla all’aria notturna, benché nuvolosa».

3 Stantìa.

4 Avanzarmi.

5 Ceno.

6 Pasteggiare, vale: «mangiare assaporando».

7 Gramola e gramolata: sciloppato di frutta ristretto a ghiaccio.

8 Fior di latte.

9 Zabaglione: sustanziosa e spiritosa bevanda moderna.

10 Vienmi a trovare.

11 A questa colezione da carcerati, veramente un ricco prete conosciuto dall’autore invitò due gentili donne, sorella l’una e moglie l’altra di due amici dell’autore medesimo.

 

 






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