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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1272. Li parafurmini

 

Tenételi da conto sti puntali
de ferro inarberati a ’ggni cantone!
Come si1 anticamente, sor cojjone,
nun usassino2 ar monno temporali.

 

Avete tempo d’inventà invenzione:
li fraggelli de Ddio ssempre uguali.
E lo sperà cche un furmine nun cali
pe uno spido,3 è un mancà dde riliggione.

 

Li veri parafurmini cristiani
pe trattené pper aria le saette
e ccaccià vvia li furmini lontani,

 

nun 4 mmica sti ferri da carzette,
ma ssò li campanelli loretani,5
le campane, e le parme6 bbenedette.

 

28 maggio 1834

 




1 Se.

2 Non usassero.

3 Per uno spiedo.

4 Non sono.

5 Nel maggior furore delle tempeste sogliono le pie donne cavare un braccio fuori della finestra, agitando nell’aria un campanelluzzo stropicciato già sulla sacra scodella della Santa Casa di Loreto. La procella allora, dopo fatto il suo corso, cessa e ridà luogo alla serenità.

6 Palme. Sono per lo più ramuscelli di ulivo.

 

 






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