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Scrittura e scienze naturali
Bisogna combattere in secondo luogo coloro
che, abusando della propria scienza di fisici, indagano in ogni modo i Libri
sacri, per rimproverare agli autori la loro imperizia in tali cose, e trovano
da ridire sugli stessi scritti. Queste accuse, riguardando le cose oggetto dei
sensi, diventano perciò stesso più pericolose, diffuse tra il popolo, e
soprattutto tra i giovani studenti, i quali, una volta perso il rispetto
riguardo a qualche punto della divina rivelazione, perderanno facilmente ogni
fede in ogni punto di essa. E' ben manifesto quanto le scienze naturali siano
atte a far comprendere la gloria dell'Artefice impressa nelle cose create,
purché vengano rettamente proposte, come pure quale grande potere abbiano nello
svellere gli elementi di una sana filosofa e nella corruzione dei costumi, se
perversamente infuse nei giovani animi. La cognizione perciò delle cose
naturali sarà un valido sussidio per il dottore di sacra Scrittura, per
scoprire più facilmente e confutare anche siffatti cavilli addotti contro i
Libri divini.
Nessuna vera contraddizione potrà interporsi
tra il teologo e lo studioso delle scienze naturali, finché l'uno e l'altro si
manterranno nel propri confini, guardandosi bene, secondo il monito di sant'Agostino
di "non asserire nulla temerariamente, né di presentare una cosa certa
come incerta". Se poi vi fosse qualche dissenso, lo stesso santo dà
sommariamente le regole del come debba comportarsi in tali casi il teologo:
"Tutto ciò che i fisici, riguardo alla natura delle cose, potranno
dimostrare con documenti certi, è nostro compito provare non essere nemmeno
contrario alle nostre Lettere; ciò che poi presentassero nei loro scritti di
contrario alle nostre Lettere e cioè contrario alla fede cattolica, o
dimostriamo con qualche argomento essere falso ciò che asseriscono o crediamolo
falso senza alcuna esitazione". Per comprendere quanto sia giusta
questa regola, notiamo in primo luogo che gli scrittori sacri, o più
giustamente "lo Spirito di Dio che parlava per mezzo di essi, non
intendeva ammaestrare gli uomini su queste cose (cioè sull'intima costituzione
degli oggetti visibili), che non hanno importanza alcuna per la salvezza eterna",
per cui essi più che attendere direttamente all'investigazione della natura,
descrivevano e rappresentavano talvolta le cose con una qualche locuzione
metaforica, o come lo comportava il modo comune di parlare di quei tempi ed
ancora oggi si usa, riguardo a molte cose, nella vita quotidiana, anche tra
uomini molto colti. Dato che nel comune linguaggio viene espresso in primo
luogo e propriamente ciò che cade sotto i sensi, così anche lo scrittore sacro
(e come ci avverte anche il dottore angelico) "si attenne a ciò che
appare ai sensi", ossia a ciò che Dio stesso, parlando agli uomini,
espresse in modo umano per farsi comprendere da essi.
Dicendo che la difesa della sacra Scrittura
deve essere condotta strenuamente, non ne segue che si debbano ugualmente
sostenere tutte le sentenze che i singoli padri e successivamente gli interpreti
affermano nello spiegarla, in quanto essi, date le opinioni del tempo,
nell'interpretare i passi in cui si tratta di cose fisiche non sempre forse
giudicarono secondo la verità oggettiva, di modo che alcune interpretazioni
allora proposte, ora sono meno accettabili. Occorre perciò distinguere
diligentemente quali siano di fatto le interpretazioni che essi tramandarono
come spettanti alle cose di fede o strettamente connesse con essa; quali poi
siano state tramandate con unanime consenso, poiché infatti "nelle cose
che non sono di necessità di fede fu lecito ai santi, come anche a noi, pensare
in modo diverso", secondo la sentenza di san Tommaso. Il quale in
altro luogo molto prudentemente avverte: "Mi sembra cosa più sicura
riguardo alle opinioni comunemente ammesse dai filosofi e che non ripugnano
alla nostra fede, non asserirle come dogma di fede, anche se introdotte
talvolta sotto il nome dei filosofi, ma neppure negarle come contrarie alla
fede, per dar occasione ai sapienti di questo mondo di disprezzare la dottrina
della fede". Quantunque sia certamente compito dell'interprete
dimostrare che le cose proposte come certe per mezzo di argomenti certi dagli
studiosi di scienze naturali non contraddicono affatto le Scritture, se
rettamente spiegate, non deve tuttavia sfuggire all'interprete questo fatto e
cioè che talora avvenne che alcune cose date come certe furono poi poste in
dubbio e quindi ripudiate. Che, se poi gli scrittori di scienze naturali,
oltrepassati i confini della propria disciplina, invadessero con errate
opinioni il campo della filosofia, l'interprete teologo domandi ai filosofi di
confutarle.
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