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TESTO
Sebbene
non sia possibile guardare all’avvenire con l’animo scevro da inquietudine, e
diano anzi non poco a temere le molte e inveterate cause di mali di ordine
privato e pubblico, tuttavia per divino favore, questi ultimi anni secolo
sembra abbiano emesso qualche raggio di speranza e di conforto, Perché non si
deve credere che non conferisca al bene comune la rinascente cura degli
interessi dell’anima, il ravvivarsi della fede e della cristiana pietà; e che
tali virtù vadano effettivamente rinverdendo e riprendendo vigore presso molti,
appare da segni assai manifesti. Anche in mezzo alle
lusinghe del mondo e nonostante gli ostacoli che la pietà trova intorno a sé da
ogni lato, ecco che, ad un solo cenno del papa, convengono da ogni parte a
Roma, alle soglie dei santi apostoli, folte schiere: cittadini e forestieri
uniti adempiono pubblicamente le pratiche religiose, e fidenti nell’indulgenza
offerta dalla chiesa, ricercano più diligentemente i mezzi di salvezza eterna. E non è inoltre commovente questa pietà particolarmente
fervida, come da tutti si può vedere, verso il Salvatore del genere umano?
Senza dubbio sarà giudicato degno dei migliori tempi
cristiani questo fervore, che dall’alba al tramonto infiamma migliaia di anime,
in consonanza di volontà e pensiero, ad acclamare ed esaltare il nome e le
glorie di Gesù Cristo. E piaccia al cielo che queste fiamme erompenti di
rinnovato fervore della religione avita divampino in
un vasto incendio, e che l’edificante esempio di molti attragga tutti gli
altri. Il ritorno completo della società allo spirito cristiano e alle antiche
virtù non è forse il maggior bisogno dei tempi moderni? Vi sono altri, troppi,
che tengono chiuse le orecchie e non vogliono udire
l’ammonimento di questo risveglio religioso, Ma,
"se conoscessero il dono di Dio", se pensassero, che non vi è
disgrazia più grande che l’aver abbandonalo il Salvatore del mondo, e l’aver
deviato dai costumi e dagli insegnamenti cristiani, certo si scuoterebbero
anch’essi e si affretterebbero tornando sui loro passi, ad evitare una sicura
rovina.
Orbene,
custodire e dilatare sulla terra il regno del Figlio di Dio, e adoperarsi con
tutte le forze per condurre a salvezza l’umanità mediante la partecipazione ai
benefici divini, è compito della chiesa, compito così grande e così proprio di
lei, che a questo principalmente è ordinata tutta la sua autorità e il suo
potere. A tale scopo Ci sembra di aver fino ad oggi
indirizzate le maggiori cure possibili nell’arduo e travagliato
esercizio del sommo pontificato; e quanto a voi, venerabili fratelli, è certo
che Ci secondano in questo, di continuo, le sollecitudini del vostro zelo
vigile e operoso. Ma dobbiamo, Noi e voi, data la condizione dei tempi,
sforzarci di fare di più, e specialmente ora, che ce ne offre
l’opportunità l’anno santo, diffondere più largamente la conoscenza e l’amore
di Gesù Cristo, ammaestrando, persuadendo, esortando. Possa la nostra voce
essere ascoltata, non tanto, diciamo, da coloro che
sono soliti porgere docile orecchio agli insegnamenti cristiani, quanto da
tutti gli altri, immensamente infelici, che conservano il nome di cristiani, ma
conducono una vita senza fede, senza amore per Cristo. Di questi soprattutto
Noi sentiamo compassione; questi singolarmente vorremmo
che riflettessero a quello che fanno, e a ciò che li attende, se non si
ravvedono.
Non
aver mai, in alcun modo, conosciuto Gesù Cristo è somma infelicità, tuttavia
non è perfidia né ingratitudine: ma ripudiarlo o dimenticarlo dopo averlo
conosciuto, questo è un delitto tanto spaventoso e insano da sembrare appena
credibile possa avverarsi in un uomo. Cristo infatti è
il principio e l’origine di tutti i beni: e come non era possibile riscattare
il genere umano senza l’opera benefica di lui così non è possibile conservarlo
nel bene senza il concorso della sua grazia: "Non c’è in nessun altro
salvezza, E non c’è altro nome sotto il cielo dato agli uomini in virtù del
quale possiamo salvarci" (At 4,12).
Quale
sia la vita umana dove manca Gesù, "virtù di Dio e sapienza di Dio",
quali siano i costumi, a quale disperato termine si arrivi, non ce lo mostrano
abbastanza col loro esempio i popoli privi della luce cristiana? Basta
richiamare un poco alla mente l’Immagine, che di loro ha tratteggiata
Paolo (cf. Rm I): cecità d’intelletto, peccati contro natura, mostruose
forme di superstizioni e libidini, perché ognuno si senta subito ripieno di
compassione e insieme di orrore.
Le
cose che qui ricordiamo sono conosciute da tutti, ma non da tutti meditate e
considerate. Non sarebbe altrimenti così grande il numero degli sviati dalla
superbia o dei rattrappiti dall’indolenza, se più universalmente si coltivasse
la memoria dei divini benefici e si meditasse più spesso da dove Cristo ha
tratto l’uomo e fin dove lo ha innalzato, Diseredata ed esule già da lunghi
secoli, l’umanità precipitava in perdizione ogni giorno, immersa in quei spaventosi guai e in altri mali causati dal peccato dei
progenitori, e nessuna potenza umana avrebbe potuto sanarli, dopo comparve
Cristo Signore, il liberatore inviato dal cielo, Dio medesimo lo aveva promesso
fin dal principio del mondo, come colui che avrebbe un giorno vinto e domato il
"serpente"; per questo alla sua venuta erano rivolte le ansiose brame
dei secoli che seguirono. I vaticini dei profeti avevano per lungo tempo e
chiaramente predetto che in lui era riposta ogni speranza; ed anzi le vane
vicende di un popolo eletto, le sue imprese, le istituzioni, le leggi, le
cerimonie, i sacrifici avevano con precisione e chiarezza preannunciato
che in lui il genere umano avrebbe trovato piena e intera salvezza, in lui che
era predetto sacerdote e insieme vittima espiatoria, restauratore della libertà
umana, principe della pace, maestro di tutte le genti, fondatore di un regno
che non avrebbe mai avuto fine. Sotto questi titoli, immagini e vaticini, vari
nella forma, ma concordi nell’oggetto, era designato unicamente colui, che, per
l’eccessiva sua carità con cui ci amò, si sarebbe un giorno immolato per la nostra
salvezza, Infatti, quando giunse il tempo da Dio prestabilito, l’unigenito
Figlio di Dio, fatto uomo, soddisfece, per gli uomini, col proprio sangue, in
maniera sovrabbondante, la maestà offesa del Padre, e fece così proprietà sua
il genere umano riscattato a così alto prezzo, "Non a prezzo di cose
corruttibili, oro o argento, siete stati riscattati;... ma col sangue prezioso
di Cristo, come di agnello immacolato e senza difetto"
(1Pt 1,18-19). E così fece nuovamente suoi, con pieno diritto, per averli
veramente e propriamente redenti, tutti gli uomini che già erano soggetti alla
sua potestà e al suo impero, poiché egli è di tutti
creatore e conservatore. "Non appartenete a voi stessi; infatti siete stati comprati a caro prezzo" (1Cor
6,19-20). Per questo tutte le cose sono state instaurate da Dio in Cristo.
"Il mistero della sua volontà, secondo il disegno che si era proposto e
da eseguire nella pienezza dei tempi, di ricapitolare in Cristo tutte le cose"
(Ef 1,9-10), Non appena Gesù ebbe tolto il chirografo del decreto della nostra
condanna, affiggendolo alla croce, subito si placò l’ira divina; furono sciolti
i vincoli dell’antica schiavitù all’umanità confusa ed errante, Dio tu
riconciliato, restituita la grazia, riaperto l’adito all’eterna beatitudine,
conferito il diritto e offerti i mezzi per conseguirla. Allora, come
risvegliato da un lungo e mortale letargo, l’uomo scorse il lume della verità
desiderata per tanti secoli e invano cercata; allora conobbe, principalmente,
di essere nato per destini molto più alti e molto più
degni di quanto non siano le cose sensibili, fragili e caduche, alle quali fino
allora aveva indirizzato unicamente i suoi pensieri e i suoi desideri; e
riconobbe che questo è il carattere costitutivo della vita umana, questa la
legge suprema, e che il fine a cui tutto deve essere indirizzato è in questa
direzione, perché da Dio usciti, a Dio dobbiamo un giorno ritornare. Suscitata
da questo principio e fondamento, si ridestò la coscienza della dignità umana;
i cuori accolsero il sentimento della fratellanza comune, e, come naturale
conseguenza, doveri e diritti furono in parte perfezionati, in
parte rinnovati e nello stesso tempo si ebbe un fiorire di tali virtù,
quali nessuna delle antiche filosofie avrebbe potuto immaginare. Per questo
presero altro indirizzo i pensieri, le azioni e i costumi; una volta diffusa
l’ampia conoscenza del Redentore, una volta immessa nelle intime vene della
società la virtù di lui, vincitrice dell’ignoranza e
degli antichi vizi, ne seguì quel capovolgimento di cose che diede vita alla
civiltà cristiana e trasformò completamente la faccia della terra.
A
tali ricordi, venerabili fratelli, si sente nell’animo una immensa
consolazione, e insieme un vivo senso di dover rendere grazie con tutta
l’anima, per quanto ci è possibile, al divino Salvatore. Siamo lontani dalle
origini e dai primordi della redenzione, ma che importa se è perenne la sua
efficacia e imperituri e perpetui ne rimangono i benefici? Colui
che una volta operò la salvezza dell’umana natura perduta per il
peccato, è lo stesso che la salva e la salverà in eterno: "Diede se
stesso in redenzione per tutti" (1Tm 2,6), "Tutti saranno
vivificati in Cristo" (1Cor 15,22), "E il suo regno non avrà
mai fine" (Lc 1,33). Dunque, secondo l’eterno
consiglio di Dio, in Cristo Gesù è posta la salvezza sia degli individui sia di
tutta l’umanità. Quelli che lo abbandonano corrono, per ciò stesso, alla
propria rovina con cieco furore, e nello stesso tempo,
per quanto sta da loro fanno sì che l’umanità, flagellata da immane tempesta,
ripiombi in quell’abisso di mali e di calamità da cui il Redentore l’aveva
pietosamente tolta.
Tutti
quelli che si mettono fuori della diritta via vagano alla cieca e si
allontanano dalla meta desiderata. Similmente se si rigetta la luce pura e
sincera del vero, sottentrano perniciosi errori e inevitabilmente le tenebre
oscureranno la mente e il cuore intristisce, Infatti
che speranza di sanità può restare a chi abbandona il principio e la fonte della
vita? Ora la via, la verità e la vita è soltanto Cristo: "Io sono la
via, la verità e la vita" (Gv 11,6); così che, abbandonato Cristo,
vengono a mancare quei tre principi necessari per ogni salvezza.
È
forse necessario dimostrare ciò che l’esperienza continuamente prova, e che
ognuno, anche quando si trova nell’abbondanza di beni terreni, sente
profondamente dentro di sé, e cioè che non vi è nulla all’infuori di Dio che
possa assolutamente e totalmente appagare il desiderio umano? Fine dell’uomo è
Dio e tutto questo tempo che si trascorre sulla terra non è
che una specie di pellegrinaggio. Ma Cristo è
la nostra "via", perché in questo viaggio mortale così difficile e
pieno di pericoli, non possiamo in alcun modo giungere al sommo e ultimo bene,
Dio, senza l’opera e la guida di Cristo, "Nessuno viene al Padre, se
non per me" (Gv 14,6), Che cosa significa questo? Significa che,
principalmente e prima di tutto, non si può andare al Padre se non mediante la
grazia di Gesù, la quale tuttavia resterebbe nell’uomo
infruttuosa, se si trascurasse l’osservanza dei precetti e delle leggi
di lui, Come era conveniente, Gesù Cristo, operata la redenzione, pose a
custodia e tutela del genere umano la sua legge, perché, da essa governati, gli
uomini potessero convertirsi da una vita non buona e sicuri rivolgersi verso il
loro Dio. "Andate e ammaestrate tutte le genti;... insegnando loro a osservare tutte le cose che vi ho comandate..."
(Mt 28,19-20). "Osservate i miei comandamenti" (Gv 14,5), Da
ciò bisogna dedurre che, nella professione cristiana, l’atto fondamentale e
necessario è sottomettersi con docilità ai precetti di Gesù Cristo, e a lui,
quale padrone e re supremo, assoggettare devotamente in tutto
la volontà, Cosa grande questa e che esige spesso sacrificio non lieve,
duro sforzo e costanza. Poiché, quantunque la natura umana sia stata risanata
dall’opera benefica del Redentore, rimane tuttavia in ciascuno di noi come una
qualche malattia, una infermità, una tendenza al male.
Cupidigie diverse trascinano 1’uomo ora in una direzione ora in un altra, e le attrattive delle cose sensibili facilmente
piegano la volontà, e ci portano a fare quello che piace, non quello che Cristo
comanda. Ma è indispensabile resistere e combattere con tutte le forze le passioni, "in ossequio a Cristo"
(2Cor 10,5); le passioni, se non obbediscono alla ragione, prendono il
sopravvento, e sviando tutto l’uomo dalla sottomissione a Cristo, lo rendono
loro schiavo, "Gli uomini corrotti di mente e guasti nella fede non
possono liberarsi dalla schiavitù, …sono anzi schiavi di tre passioni: la
voluttà, la superbia, il mettersi in mostra". E
in questa lotta bisogna che ognuno sia disposto ad accettare volentieri
sofferenze e fatiche per amore di Cristo. È difficile
respingere cose tanto allettanti e attraenti; è duro e penoso disprezzare ciò
che è considerato bene del corpo e ricchezza, e fare ciò per volontà e comando
di Cristo Signore; ma, pazienza e fortezza sono assolutamente necessarie al
cristiano che voglia vivere in conformità alla sua professione. Abbiamo
forse dimenticato di quale corpo e di quale capo siamo membra? Colui che ci comanda di rinnegare noi stessi è quello stesso
che, propostosi il gaudio, sopportò la croce. E da quella disposizione d’animo,
cui abbiamo accennato, dipende la dignità medesima
della natura umana. Poiché comandare a se stesso, far sì che la parte inferiore
di noi obbedisca alla superiore, non è viltà di un
animo fiacco, ma piuttosto. come anche i saggi
dell’antichità non di rado compresero, è virtù generosa, mirabilmente conforme
alla ragione e in sommo grado degna dell’uomo.
Del
resto sopportare e patire molto è condizione umana. L’uomo non può distruggere
la volontà del suo divino Creatore, il quale volle che restassero perpetue le
conseguenze della prima colpa; similmente non può costruirsi una vita
completamente scevra da ogni dolore e piena di ogni
felicità, È quindi ragionevole non ripromettersi quaggiù la fine del dolore, ma
piuttosto fortificare l’animo a sopportare il dolore, il quale appunto ci
insegna a sperare, con certezza di avere i beni supremi. Cristo infatti non ha promesso la beatitudine eterna del cielo
alle ricchezze o alla vita comoda, ne agli onori e alla potenza, bensì alla
pazienza e alle lacrime, all’amore della giustizia e alla purezza del cuore.
Di qui facilmente appare che cosa si debba sperare
dall’orrore e dalla superbia di coloro che, disprezzata la sovranità del
Redentore, pongono l’uomo al di sopra di tutte le cose, e vogliono il regno
assoluto e universale della natura umana; sebbene in pratica poi non possano
conseguire questo regno, anzi neppure sappiano ben definire in che cosa esso
consista. Il regno di Gesù Cristo prende forma e consistenza dalla divina
carità: l’amore santo e ordinato ne è fondamento e
compendio. Da questo necessariamente scaturiscono i seguenti principi; bisogna
fare bene il proprio dovere, non bisogna fare nessun torto al prossimo, bisogna
stimare le cose terrene come inferiori a quelle celesti,
bisogna amare Dio sopra tutte le cose. Ben diverso è quel dominio dell’uomo,
che apertamente respinge Cristo o che trascura di conoscerlo, si fonda tutto
sull’egoismo, che non conosce la carità, né lo spirito di sacrificio. Secondo
l’insegnamento di Gesù è anche lecito all’uomo imperare, ma lo deve egli fare
alla sola condizione possibile, ossia prima di tutto deve servire lui a Dio, e
deve attingere dalla legge di Dio le norme e la guida della propria vita.
Quando
diciamo legge di Cristo non intendiamo solo i precetti naturali, o solo quelli
che gli antichi ricevettero da Dio, precetti che Gesù Cristo completò col
dichiararli, interpretarli e sancirli, ma intendiamo anche tutto il resto della
sua dottrina, e tutte espressamente le cose da lui istituite. Di esse la principale, senza dubbio, è la chiesa: che vi è
infatti fra ciò che Cristo ha istituito, che essa non abbracci, che non
contenga pienamente? Certo egli volle che, mediante il ministero della chiesa
da lui stesso così mirabilmente costituita, fosse perpetuata la missione
affidatagli dal Padre. E avendola fatta depositarla di tutti i mezzi di
salvezza per l’uomo, dispose solennemente che gli uomini a lei prestassero
obbedienza come a lui stesso, e da lei si lasciassero sempre condurre come da
guida sicura, "Chi ascolta voi, ascolta me, e chi disprezza voi,
disprezza me" (Lc 10,16), Per cui solo nella
chiesa bisogna cercare la legge di Cristo; infatti via dell’uomo è Cristo, e
ugualmente lo è la chiesa: egli per sé e per propria natura, essa per ufficio
affidatole e per comunicazione di poteri. Quindi
chiunque presume di giungere alla salvezza al di fuori della chiesa percorre
una via sbagliata, e si sforza invano.
Né
molto dissimile dal destino degli individui è quello degli stati; anche questi
corrono verso la loro perdizione se si allontanano dalla "via", II
Figlio di Dio, creatore e redentore dell’umana natura, è re. è
padrone di tutta la terra ed ha suprema potestà sugli uomini, sia presi
singolarmente, sia raccolti in civile società. "Diede a lui potestà,
onore, e regno e tutti i popoli, tribù e lingue lo serviranno" (Dn
7,14). "Io poi sono stato da lui costituito re…Io ti darò in eredità le
genti, in tuo dominio gli ultimi confini del mondo" (Sal 2,6.8),
Dunque anche nel convivere umano e nella civile società deve imperare la legge
di Cristo, così che non solo nella vita privata, ma anche in quella pubblica
essa sia guida e maestra. Or poiché questo è il
decreto di Dio, e nessuno può impunemente trasgredirlo mal si provvede alla
cosa pubblica se le cristiane istituzioni non si tengano nel conto dovuto.
Allontanandosi da Gesù rimane abbandonata a se stessa ragione umana, privata
dell’aiuto più valido e del lume più prezioso; e allora con tutta facilità si
perde di vista il fine stesso stabilito da Dio nell’istituire il consorzio
civile: e questo fine consiste formalmente nell’aiutare i cittadini a
conseguire il benessere naturale; ma in un modo che si armonizzi del tutto col
conseguimento di quel sommo, perfettissimo e sempiterno bene, che trascende tutti
gli ordini della natura, Perdere di vista tali idee conduce
fuori strada sia i reggitori sia i sudditi, per difetto d’indirizzo sicuro e di
un sicuro punto d’appoggio,
Se
lacrimevole causa di sventure è il fuorviare dal retto sentiero, lo è
similmente l’abbandono della verità. Ora la prima, assoluta
ed essenziale verità è Cristo, poiché è Verbo di Dio, consustanziale e coeterno
al Padre, una cosa stessa col Padre. "Io sono la via e, la
verità". Dunque, se si cerca il vero, l’umana
ragione obbedisca anzitutto su Gesù Cristo e sicura riposi nel suo magistero
poiché per bocca di Cristo è la verità stessa che parla.
Innumerevoli
sono le materie in cui l’ingegno umano può liberamente spaziare investigando e
contemplare come in fertilissimo campo, e campo proprio, e questo è non solo
consentito, ma espressamente voluto dalla natura. E invece
cosa illecita e contraria alla natura, non voler contenere la mente dentro i
suoi confini, e, abbandonata la necessaria moderazione, deprezzare l’autorità
di Cristo che insegna. Quella dottrina dalla quale dipende la salvezza
di tutti noi, quasi tutta tratta di Dio e delle cose che specialmente
riguardano la divinità: essa non è prodotto di umana
sapienza, ma il Figlio di Dio l’attinse e la ricevette tutta dal suo stesso
Padre; "Le parole che hai dato a me le ho date a loro" (Gv
17,8), E questo necessariamente comprende molte cose, che non ripugnano alla
ragione, il che non può essere in alcun modo, ma delle quali non possiamo
raggiungere la profondità con la nostra ragione, come non possiamo con essa
comprendere la divina essenza. Ma se vi sono tante cose oscure e dalla natura
stessa avvolte nell’arcano, che non possono essere spiegate dall’uomo, ma delle
quali tuttavia nessuno sano di mente oserebbe
dubitare, è certo uno strano abuso di libertà negare poi l’esistenza di altre
cose molto superiori alla natura, solo perché non é possibile comprenderne
l’intima essenza. Rifiutare i dogmi equivale a rigettare completamente tutta la
religione cristiana. E’ doveroso invece piegare la
mente con umiltà e senza riserva "in ossequio a Cristo", fino al
punto che essa stia sottomessa al suo divino impero; "Assoggettiamo
ogni intelletto all’obbedienza di Cristo" (2Cor 10,5). Tale è
l’ossequio che Cristo esige; e lo esige con pieno diritto; egli infatti è Dio e perciò ha somma potestà sulla volontà
dell’uomo come sulla sua intelligenza, Ma sottomettendo la propria intelligenza
a Cristo signore l’uomo non agisce servilmente, bensì in modo convenientissimo
sia alla ragione, sia alla sua originale dignità. Infatti
non assoggetta la propria volontà ad un uomo qualsiasi, ma al suo creatore,
signore di tutte le cose, Dio, cui è sottomesso per legge di natura, e non si
lega alle opinioni di un maestro umano, ma all’eterna e immutabile verità, In
tal modo egli raggiunge il bene naturale dell’intelletto e consegue insieme la
libertà. Infatti la verità, che procede dal magistero
di Cristo, pone apertamente in luce l’essenza e il valore di ogni cosa, per cui
l’uomo illuminato da questa conoscenza, se darà ascolto alla verità conosciuta,
non dovrà soggiacere alle cose, ma le cose a lui saranno soggette, né la sua
ragione soggiacerà alla passione, bensì la passione sarà regolata dalla
ragione, e l’uomo, liberato dalla più grande schiavitù dell’errore e del
peccato, sarà confermato nella più preziosa libertà: "Conoscerete la
verità, e la verità vi farà liberi" (Gv 8,32),
E’
chiaro quindi che coloro che ricusano l’impero di Cristo, con pervicace volontà
si ribellano a Dio. Emancipatisi dalla divina potestà, non
saranno per questo più indipendenti, poiché cadranno sotto qualche potestà
umana, eleggendosi, come suole accadere, qualche loro simile, che ascolteranno,
obbediranno e seguiranno come loro maestro. Inoltre costoro, impedendo
alla loro mente di comunicare con le cose divine, restringono il campo dello
scibile, e vengono a trovarsi anche meno preparati a progredire nelle scienze
puramente naturali, perché vi sono nella natura molle cose, alla cui comprensione
e chiarificazione giova assai la luce della dottrina
rivelata. E non raramente, a castigo della loro
superbia, Dio permette che costoro non discernano il vero, così che sono puniti
nel campo stesso del loro peccato. Per l’uno e l’altro motivo, spesso si vedono
uomini di grande ingegno e di non comune erudizione, perdersi, anche nello
studio stesso della natura, in assurdità inaudite, che non hanno precedenti.
Sia
dunque chiaro, che chi fa professione di vita cristiana deve sottomettere la
sua intelligenza totalmente e pienamente alla divina autorità. E se in questa sottomissione della ragione all’autorità si
mortifica e si reprime quell’amor proprio che è così forte in noi, proprio da
ciò si deve dedurre la necessità assoluta per ogni cristiano di mortificare non
solo la volontà, ma anche l’intelletto. E vorremmo che ciò ricordassero coloro
che si propongono un cristianesimo secondo i loro gusti, governato, nell’ordine
intellettivo e nell’ordine pratico, da leggi più miti e maggiormente indulgenti
alla natura umana, così da imporle nessuna o poche
mortificazioni. Essi non comprendono abbastanza l’esigenza della fede e dei
precetti cristiani; non vedono come da ogni parte ci si presenti la
"croce", esempio di vita e vessillo perpetuo di tutti coloro che vogliono essere, non soltanto di nome, ma nella
realtà e con le opere, seguaci di Cristo.
Dio
solo è la vita. Tutti gli altri esseri sono partecipi della vita, ma non sono
la "vita", Da tutta l’eternità, invece, e per sua
propria natura, Cristo è la vita, allo stesso modo che è verità, perché
è Dio da Dio. Da lui, come da primo e augustissimo principio, fluì nel mondo
Ogni vita e fluirà perpetuamente, Tutto ciò che
esiste, esiste per lui; tutto ciò che vive, vive per lui, perché "tutte le
cose" per mezzo del Verbo "sono state fatte, e senza di lui nulla
fu fatto di ciò che è stato fatto".
Questo
quanto alla vita naturale. Ma abbiamo sopra accennato ad una vita assai
migliore e infinitamente più preziosa, generata dall’opera benefica di Cristo
stesso, ossia la "vita della grazia", il cui fine beatissimo è la
"vita di gloria", alla quale debbono essere
ordinati pensieri e azioni. In ciò consiste tutta la forza della dottrina e
delle leggi cristiane, che "morti al peccato, viviamo per la giustizia",
cioè per la virtù e la santità e in ciò consiste la
vita morale degli uomini con la sicura speranza della beatitudine eterna. Ma la giustizia, veramente e propriamente in un modo
efficace per la salute, di nient’altro si alimenta se non della fede cristiana:
"Il giusto vive di fede" (Gal 3,11), "Senza la fede è
impossibile piacere a Dio" (Eb 11,6). Ecco perché Gesù Cristo autore,
padre e sostegno della fede, è pure colui che conserva
e alimenta in noi la vita morale, e questo fa soprattutto mediante il ministero
della chiesa, Ad essa, infatti, con benigno e provvidentissimo consiglio, ha
affidato l’amministrazione di quei mezzi, che generano la vita di cui noi
parliamo, generata la conservano, e la rinnovano qualora si sia estinta.
Perciò, se si separa la morale dalla fede divina, viene ad essere distrutta in
radice la forza che genera e conserva le virtù salutari, Quelli che vogliono
formare ad onestà i costumi mediante i dettami della sola ragione, spogliano
l’uomo della sua massima dignità e, con sua grande
perdita, dalla vita soprannaturale lo retrocedono alla vita puramente naturale,
Con la retta ragione l’uomo può bensì conoscere e praticare molti precetti
naturali, ma anche se li conoscesse tutti e tutti li praticasse senza alcuna
imperfezione per tutta la vita - cosa del resto impossibile senza la grazia del
Redentore - invano spererebbe di salvarsi eternamente, se non ha la fede.
"Chi non rimane in me sarà gettato via come tralcio e seccherà e,
raccolto, sarà gettato nel fuoco a bruciare" (Gv 15,6), "Chi
non avrà creduto sarà condannato" (Mc 16,16). E poi, quanto valga e quali frutti produca questa onestà noncurante della
fede, ne abbiamo troppe prove sotto gli occhi. Come mai nonostante il tanto
impegno di stabilire e accrescere la pubblica prosperità ogni giorno più
soffrono gli stati in punti di capitale importanza e appaiono come infermi? Si
asserisce, è vero, che la società civile basta a se stessa; che è capace di
fiorire egregiamente senza il concorso delle istituzioni cristiane, e con le
sole proprie forze conseguire il proprio fine. Quindi
negli ordini amministrativi si vuole laicizzare tutto; nella disciplina civile
e nella vita pubblica dei popoli si vede dileguare a mano a mano le vestigia
della religione dei padri. Ma non si riflette
abbastanza dove conducano questi principi. Poiché, tolta di
mezzo l’idea della sovranità di Dio giudice e retributore del bene e del e del
male, è inevitabile che perdano la loro più valida autorità le leggi, e che
venga meno la giustizia; eppure sono questi i due più necessari e saldi legami
della società civile. Similmente, estinta la speranza e l’attesa dei
beni eterni, s’accende necessariamente nei cuori la sete irrefrenabile dei beni
terreni, e ciascuno cercherà, con tutte le sue forze, di accaparrarne quanto
più può. Quindi gare, invidie, odii; poi biechi propositi: aspirare
all’abolizione di ogni potere, minacciare ovunque
folli rovine. Non tranquillità fuori, non sicurezza dentro,
sconvolta da delitti la convivenza civile.
In
tanto contrasto di passioni e tra si gravi pericoli, non c’è via di mezzo: o
aspettarsi le peggiori catastrofi, o cercare senza indugio un valido rimedio.
Reprimere i delinquenti, ingentilire i1 costume delle plebi, e in ogni modo
prevenire i mali mediante provvide leggi, è cosa buona e necessaria; ma non sta
tutto qui. Più in alto bisogna cercare il risanamento dei popoli: conviene
chiamare in soccorso una forza superiore a quella umana,
la quale tocchi direttamente le anime e, rigenerandole alla coscienza del
dovere, le renda migliori, vogliamo dire quella forza medesima che da ben più
disperate condizioni trasse altra volta in salvo la famiglia umana. Fate sì che
in grembo al civile consorzio rifiorisca lo spirito cristiano, dategli agio di
svilupparsi libero da ostacoli, e il civile consorzio ne sarà
ristorato. Taceranno le lotte di classe, e il rispetto reciproco sarà
garanzia a ciascuna dei propri diritti. Se ascoltano Cristo, osserveranno pure
il loro dovere sia i ricchi sia i poveri; quelli comprenderanno che debbono cercare la salute nella giustizia e nella carità,
questi nella temperanza e nella moderazione, Perfetto sarà l’ordinamento della
società domestica, quando sia governata dal salutare timore di Dio, suo
legislatore supremo. E per lo stesso motivo parleranno
forte al cuore dei popoli quei precetti morali, inculcati pur dalla natura:
rispettare i poteri legittimi, obbedire alle leggi, non ordire sedizioni né
partecipare a cospirazioni settarie. E così, dove
regna sovrana la legge di Cristo, vige inalterato l’ordine stabilito dalla
divina provvidenza donde germogliano incolumità e benessere. È questo dunque il
grido della comune salvezza: ritorni la universale
comunanza civile, e anche ognuno in particolare, là donde conveniva non
allontanarsi mai, a Colui, cioè, che è via e verità e vita, Bisogna reintegrare
nel suo dominio Cristo signore, e far si che quella vita, di cui egli è fonte,
rifluisca ad irrigare copiosamente e rinsanguare tutte le parti dell’organismo
sociale, i dettati delle leggi, le istituzioni nazionali, le università, la
famiglia e il diritto matrimoniale, le corti dei grandi, 1e officine degli
operai. E si ponga ben mente che da ciò sommamente
dipende quella civiltà delle nazioni che con tanto ardore si cerca, poiché essa
si alimenta e matura non tanto di quelle cose che s’attengono alla materia,
come le comodità della vita e l’abbondanza dei beni terreni, ma piuttosto di
quelle, che sono proprie dell’anima, i lodevoli costumi e il culto della virtù.
Molti
sono lontani da Gesù Cristo per ignoranza, più che per cattiva volontà; molti
sono infatti coloro che si dedicano a studiare l’uomo, a studiare il mondo, ma
pochissimi sono coloro che cercano di conoscere il Figlio di Dio. Prima di tutto,
dunque, si vinca l’ignoranza con la conoscenza, così che non si ripudi né si disprezzi uno che non si conosce. Noi scongiuriamo tutti i cristiani, quanti e dovunque sono, di
fare il possibile per conoscere il loro Redentore, quale veramente egli è. Quando avranno fissato in lui con sincerità e senza
preconcetti lo sguardo, subito vedranno chiaro, che non può esservi nulla più
salutare della sua legge, né più divino della sua dottrina, Per raggiungere
questo scopo riuscirà particolarmente efficace l’autorità e l’opera vostra,
venerabili fratelli, come pure lo zelo e la Sollecitudine di tutto il clero.
Ritenete come parte essenziale del vostro ufficio, scolpire nelle menti dei
popoli il concetto vero, la nitida immagine di Gesù Cristo, e far bene conoscere
la sua carità, i suoi benefici, i suoi insegnamenti con gli scritti, con la
parola, nelle scuole elementari e nelle superiori,
nella predicazione, ovunque se ne presenti l’occasione. Molto si è parlato alle
folle circa quelli che sono definiti "i diritti dell’uomo"; si parli loro anche dei diritti di Dio. Che questo sia il tempo propizio per fare ciò, ne è prova l’amore del
bene ridestatosi in molti, come dicemmo, e, specialmente questa pietà verso il
Redentore, manifestatasi in tante forme: pietà che, quale auspicio di tempi
migliori, stiamo per consegnare in eredità, se piace a Dio, al secolo che sta
per sorgere. Ma poiché si tratta di cosa che possiamo sperare soltanto dalla grazia divina, congiunti nello zelo comune e nella
preghiera, supplichiamo Dio onnipotente che voglia piegarsi a misericordia. Non
permetta che periscano coloro, che egli stesso ha
liberato, con l’effusione del suo sangue, Guardi propizio a questo secolo che,
è vero, molto peccò, ma molto anche sofferse in espiazione dei suoi errori; e,
abbracciando amorosamente gli uomini di ogni nazione e di ogni stirpe, si
ricordi della sua parola: "E io, quando sarò innalzato da terra, trarrò
tutto a me" (Gv 12,32).
Quale auspicio dei divini favori, e come espressione della Nostra paterna
benevolenza, a voi, venerabili fratelli, al clero e al popolo vostro, di tutto
cuore, impartiamo nel Signore l’apostolica benedizione.
Roma,
presso San Pietro, il 1° novembre 1900, anno XXIII del Nostro pontificato.
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