Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Giovanni Marchetti
Notte di Dante

IntraText CT - Lettura del testo

  • CANTO SECONDO
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

CANTO SECONDO

Datasi al fin delle parole sante

Mutua salute, per l'orme segnate

In verso la badia mosser le piante.

Il poeta gentil, cui di pietate

Subito parve intenerirsi il volto,

Porgea l'orecchio desioso al frate.

Ma questi, a viso chino e in raccolto,

Taciturno venia, quasi repente

Altrove avesse ogni pensier rivolto.

Quale è colui che a ceneri già spente

Sovra por crede in securtà le dita

E da supposta brace arder si sente;

Per simil guisa il povero eremita,

In cui da lungo e queto volver d'anni

L'acerba rimembranza era sopita,

Come prima narrar volle suoi danni,

Tutta nel cor, che si parea già scarco,

Sentì la piena degli antichi affanni.

Al fin per gli occhi il doloroso incarco

Traboccò quell'oppressa anima; e 'l pianto

Ad un lungo sospiro aperse il varco.

Egli alle guance allor l'ispido manto

Recossi, in atto che dicea: Perdona;

E cominciò con fioca voce intanto:

Colà ov'Adda il bel lago abbandona

Per lo cui mezzo nel suo corso è tratta

E dell'onda del Brembo ancor non suona,

D'antica gente e per ingegno fatta

Lieta d'auro e di campi io nato fui:

Degli Angiolini s'appellò mia schiatta.

Una stirpe superba e grave altrui,

Detta i Ronchi, albergava indi vicino,

Pari di stato ed avversaria a nui.

Brivio la nostra si chiamò, Caprino

L'avversa terra ha nome; ambo comprese

Nella fertil vallea di San Martino.

Poscia che a' nostri cor l'ira s'apprese

Che dagli alpini termini a Peloro

Arde miseramente il bel paese,

Pe' ghibellini parteggiâr coloro,

Pe' guelfi noi: la popolosa valle

Parte a noi fu seguace, e parte a loro.

Spesso con man d'armigeri alle spalle

Quinci e quindi movemmo, e i ferri acuti

Menammo sì che ne fu rosso il calle.

Ma come fummo in sul cader venuti

Del travagliato secolo, a tal crebbe

Quell'ira in noi, ne' fidi nostri aiuti,

Che mal tutte narrar lingua saprebbe

Quante e quai fur le sanguinose gare,

A cui nulla fra noi modo più s'ebbe:

Era questo gentil tempo che pare

Di nova gioventù ridan le cose

E tutte amando invitino ad amare;

Quando l'odio crudel l'arti nascose

Contra me volse, e miserabil segno

Di quanto ei possa in uman cor, mi pose.

Me di due figli il ciel fatto avea degno:

Un giovinetto a cui di casto amore

Da sei lune era dato il primo pegno,

E una donzella a lui d'anni minore,

Leggiadra, che cred'io non invermiglia

Gote più belle il verginal pudore.

Raniero, padre dell'ostil famiglia,

Cresciuto avea fra numerosa prole

Un orfanel che nacque di sua figlia.

In quell'età che a dolci affetti suole

L'anima aprirsi e in avvenenti spoglie

Non vide ingegno più ferace il Sole;

Tutte il garzon le scellerate voglie

Sempr'ebbe a danno ed a ruina intente

Di me, de' miei, di mie paterne soglie.

Ma perchè a guardia continuamente

Del castel vigilavano e di noi

Eletto stuol di mia privata gente,

Visti indarno oggimai gl'impeti suoi,

Ecco qual fe' disegno empio, nefando,

Se ridir tel poss'io, se udir tu il puoi.

In cotal guisa il monaco narrando

E tra per gli anni e pel crudel pensiero

Tacendosi affannato a quando a quando,

Giunsero al limitar del monistero,

E quivi, lungo le sacrate mura,

Sovra marmoreo scanno ambi siedero,

Sorgea l'astro che molce ogni sventura

E specchiavasi allor tutto nel fonte

Della luce che informa la natura.

Fra gli ardui pini onde il ciglion del monte

Sta foscamente incoronato e cinto

Già trasparia la luminosa fronte.

Dell'alta solitudin, dell'estinto

Giorno i silenzi interrompea d'un fiume

Il cader lontanissimo, indistinto.

Vorace augello, con le negre piume

Ferme al petroso nido, attraversava

L'aere non tocco dal crescente lume,

Rada nebbia dall'imo si levava,

Che, giunta ove percossa era dal raggio,

Biancheggiando per ciel si dileguava.

Al suol s'affise l'eremita; e il saggio

Gli occhi levò pensosamente mesti

Del bel pianeta al tacito viaggio.

Poi l'altro proseguì: Sappi che questi

(lo cui nome esecrabile fu Gerra),

O sia mercè di simulate vesti,

O d'incognito calle di sotterra,

O di vil traditor che a lui sovvenne,

Furtivamente penetrò mia terra.

Audace intorno al fido albergo ei venne

E, non visto, a cangiar guardi e parole

Con l'innocente figlia mia pervenne.

Furon le chete mura e l'ombre sole

Testimoni dell'arti onde colui,

Qual da malvagio ingannator si suole,

Compose i detti ed i sembianti sui.

Lasso! io questo ben so, che il vergin petto

Di miserabil fiamma arse per lui.

Da quella tigre in mansueto aspetto

Fors'anco alla meschina in cor fu posto

(Che non crede fanciulla al suo diletto?)

Come ambeduo le genti, non sì tosto

Lor nodo marital fosse palese,

Avria le sanguinose ire deposto.

La poverella mia, senza difese

Contro forza d'amore e di pietade,

Ella che sempre a comun pace intese,

Ella nel fior della ridente etade,

Ella che nova in tutto si rimase

Del falso mondo e di sue torte strade,

Dal menzogner che sì la persuase,

Tutta rapita in sua dolce speranza,

Trar si lasciò delle paterne case.

Pensa quand'io, per amorosa usanza

presago in mio cor di nostro danno,

Riposi il piè nella deserta stanza!

Che val ch'io dica lo stupor, l'affanno

E l'inchiedere e 'l correre e 'l chiamare,

Di sventura temendo e non d'inganno?

Cerchiam tutti il castello; e quando pare

Che quivi nulla omai speme rimagna

Di riscontrar quelle sembianze care,

Io forsennato e il più della compagna

Gente, di tutto obliviosi allora,

Fuori ci disperdiam per la campagna.

Ahi ch'era questa la terribil ora

Apparecchiata dalle inique frodi!

Chè i Ronchi dell'agguato uscendo fuora,

Visto libero il varco e sì di prodi

Scema la terra, dentro s'avventaro,

Come lupi in ovil senza custodi.

Al subito furor nullo riparo:

Primo Ranier, non più degli anni afflitto,

Brandia con polso giovanil l'acciaro,

Baldo, il mio figlio, già nell'arme invitto

Che pronto accorse al mal guardato loco,

Da cento colpi vi restò trafitto.

Di faci armata e di coltelli, in poco

D'ora la turba furiosa orrendo

Fe' di strage il terren, l'aere di foco.

Sul minacciato limitar correndo

Intanto a quello strepito feroce

E le man supplichevoli stendendo,

Del mio Baldo la sposa, ad alta voce

Lui richiamava dal mortal periglio,

Quand'ecco dall'albergo uscir veloce,

Col ferro in man, con affocato ciglio,

Il trionfante Gerra, che pel collo

Afferrandola, grida: Ov'è 'l tuo figlio?

Ove si cela il novellin rampollo

Di quest'arbore illustre? Assai già spazio

Corsi  tue case, ed or da te saprollo,

La donna esterrefatta a tanto strazio,

Udito il vano suo cercar, d'un riso

Lampeggiando, sclamò: Dio ti ringrazio.

D'ira a que' detti sfavillante in viso

Lo scellerato del pugnal le diede,

E a lei mostrollo di suo sangue intriso.

Parla, il fero le dice: ed ella vede

Quel sangue e non fa motto; ei dell'acuta

Punta più crudamente il sen le fiede.

Parla, che vita e libertà renduta

Ti fia, soggiunse con dolcezza accorta;

Ma quella bocca, come pria, fu muta.

L'empio, cui rabbia furial trasporta,

Vibrò gran colpo; e l'animosa e pia

Cadde fra cento morti corpi morta.

Io, che la valle discorrendo gia

In traccia della figlia, ed ahi! pur molta

Già reputando la sventura mia,

Incontro a me per una selva folta

Alcun velocemente venir sento,

A cui, Sosta, diss'io, sosta ed ascolta.

Parvemi Gerra, che passò qual vento;

Tal che in maggior sospetto oltre più corsi,

Fin ch'agli orecchi miei giunse un lamento.

I passi , precipitando torsi

Ed ahi! su l'erbe, che allagava un rio

Del sangue suo, quella infelice io scorsi.

Mezza di già fuor, me non udio

La moribonda, che fra dolci lai,

Che t'ho fatt'io, dicea, che t'ho fatt'io?

Or m'uccidesti tu perch'io t'amai?

Ah qual crudel, qual barbaro t'ha ucciso,

O mia Bianca, o mia vita? allor sclamai.

Lentamente si volse e il guardo fiso

Ella alcun tempo in me tenne a quel suono,

Poscia ad un tratto si coperse il viso,

Padre mio, padre mio, disse, perdono!

Il rimembrar di me deh non ti gravi,

Ch'io fui tradita, ed innocente io sono!

Ahi! Gerra al certo, ahi! che tu Gerra amavi,

Dissi, e quell'empio... Ed ella: Il tuo furore

Sovr'esso, padre mio, deh non s'aggravi!

Ch'io gli perdono: E in questo dir, sul core

La man fredda posando, nel mio seno

Il debil suo capo abbandona e muore.

Io, che sentii me tutto venir meno,

Lena cercai nell'angoscioso petto

Tanta che a' miei mi riducessi almeno.

Oh quante volte il mio figliuol diletto

Tra via chiamo per nome, e nelle care

Braccia da lungi col pensier mi getto!

Quando, giunto anelante in su l'entrare

Della mia terra dimandando aita,

Quel fero universal scempio m'appare!

S'ivi morto non caddi, l'infinita

Pietade i falli miei sì gravi e tanti

A terger nel dolor mi tenne in vita.

Per mezzo le ruine arse e fumanti

Vidi Nastagio, il mio buon servo antico,

Mal vivo strascinarmisi davanti.

Quel tristo avanzo del furor nimico

Narrommi le vedute atroci cose

Con duol di padre e con pietà d'amico.

Qual chi a dura novella il cor dispose

Pur sente innanzi alla risposta un gelo,

Io del fanciul l'inchiesi; ei non rispose.

Allor vid'io, quasi al cader d'un velo,

Per me il mondo una selva orrida e sola,

E volsi l'alma spaventata al cielo.

Qui l'affannoso duol nodo a la gola

Fe' del monaco sì che muta indietro

Gli tornò fra i singulti la parola.

Una voce in quel punto a lento metro

Laude intonò nel vicin tempio a Dio,

E più voci le tennero poi dietro.

Egli, a Dante con man dicendo addio,

Com'uom, se nova e maggior cura il tocchi,

Tacito e ratto quindi si partio.

Pietosamente seguitò con gli occhi

Dante il misero veglio; indi alle braccia

Facendosi puntel d'ambe i ginocchi

Chiuse nel vano della man la faccia.




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by Èulogos SpA - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License