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CANTO SECONDO
Datasi al fin delle parole sante
Mutua salute, per l'orme segnate
In verso la badia mosser le
piante.
Il poeta gentil, cui di pietate
Subito parve intenerirsi il volto,
Porgea l'orecchio desioso
al frate.
Ma questi, a viso chino e in sè
raccolto,
Taciturno venia, quasi repente
Altrove avesse ogni pensier
rivolto.
Quale è colui che a ceneri già spente
Sovra por crede in securtà le dita
E da supposta brace arder si sente;
Per simil guisa il povero eremita,
In cui da lungo e queto volver d'anni
L'acerba rimembranza era sopita,
Come prima narrar volle suoi danni,
Tutta nel cor, che si parea già scarco,
Sentì la piena degli antichi affanni.
Al fin per gli occhi il doloroso incarco
Traboccò quell'oppressa anima; e
'l pianto
Ad un lungo sospiro aperse il varco.
Egli alle guance allor l'ispido
manto
Recossi, in atto che dicea:
Perdona;
E cominciò con fioca voce intanto:
Colà ov'Adda il bel lago abbandona
Per lo cui mezzo nel suo corso è tratta
E dell'onda del Brembo ancor non
suona,
D'antica gente e per ingegno fatta
Lieta d'auro e di campi io nato
fui:
Degli Angiolini s'appellò mia
schiatta.
Una stirpe superba e grave altrui,
Detta i Ronchi, albergava indi vicino,
Pari di stato ed avversaria a nui.
Brivio la nostra si chiamò, Caprino
L'avversa terra ha nome; ambo comprese
Nella fertil vallea di San
Martino.
Poscia che a' nostri cor l'ira
s'apprese
Che dagli alpini termini a Peloro
Arde miseramente il bel paese,
Pe' ghibellini parteggiâr
coloro,
Pe' guelfi noi: la popolosa valle
Parte a noi fu seguace, e parte a loro.
Spesso con man d'armigeri alle spalle
Quinci e quindi movemmo, e i ferri acuti
Menammo sì che ne fu rosso il calle.
Ma come fummo in sul cader venuti
Del travagliato secolo, a tal crebbe
Quell'ira in noi, ne' fidi nostri aiuti,
Che mal tutte narrar lingua saprebbe
Quante e quai fur le sanguinose
gare,
A cui nulla fra noi modo più s'ebbe:
Era questo gentil tempo che pare
Di nova gioventù ridan le cose
E tutte amando invitino ad amare;
Quando l'odio crudel l'arti
nascose
Contra me volse, e miserabil
segno
Di quanto ei possa in uman cor, mi
pose.
Me di due figli il ciel fatto avea degno:
Un giovinetto a cui di casto amore
Da sei lune era dato il primo pegno,
E una donzella a lui d'anni minore,
Leggiadra, che cred'io non invermiglia
Gote più belle il verginal pudore.
Raniero, padre dell'ostil
famiglia,
Cresciuto avea fra numerosa prole
Un orfanel che nacque di sua
figlia.
In quell'età che a dolci affetti
suole
L'anima aprirsi e in avvenenti spoglie
Non vide ingegno più ferace il Sole;
Tutte il garzon le scellerate
voglie
Sempr'ebbe a danno ed a ruina intente
Di me, de' miei, di mie paterne
soglie.
Ma perchè a guardia continuamente
Del castel vigilavano e di noi
Eletto stuol di mia privata gente,
Visti indarno oggimai gl'impeti suoi,
Ecco qual fe' disegno empio,
nefando,
Se ridir tel poss'io,
se udir tu il puoi.
In cotal guisa il monaco narrando
E tra per gli anni e pel crudel
pensiero
Tacendosi affannato a quando a quando,
Giunsero al limitar del monistero,
E quivi, lungo le sacrate mura,
Sovra marmoreo scanno ambi siedero,
Sorgea l'astro che molce
ogni sventura
E specchiavasi allor
tutto nel fonte
Della luce che informa la natura.
Fra gli ardui pini onde il ciglion
del monte
Sta foscamente incoronato e cinto
Già trasparia la luminosa fronte.
Dell'alta solitudin, dell'estinto
Giorno i silenzi interrompea d'un
fiume
Il cader lontanissimo, indistinto.
Vorace augello, con le negre piume
Ferme al petroso nido, attraversava
L'aere non tocco dal crescente lume,
Rada nebbia dall'imo si levava,
Che, giunta ove percossa era dal raggio,
Biancheggiando per ciel si
dileguava.
Al suol s'affise
l'eremita; e il saggio
Gli occhi levò pensosamente mesti
Del bel pianeta al tacito viaggio.
Poi l'altro proseguì: Sappi che questi
(lo cui nome esecrabile fu Gerra),
O sia mercè di simulate vesti,
O d'incognito calle di sotterra,
O di vil traditor che a lui
sovvenne,
Furtivamente penetrò mia terra.
Audace intorno al fido albergo ei venne
E, non visto, a cangiar guardi e parole
Con l'innocente figlia mia pervenne.
Furon le chete mura e l'ombre sole
Testimoni dell'arti onde colui,
Qual da malvagio ingannator si
suole,
Compose i detti ed i sembianti sui.
Lasso! io questo ben so, che il vergin
petto
Di miserabil fiamma arse per lui.
Da quella tigre in mansueto aspetto
Fors'anco alla meschina in cor fu posto
(Che non crede fanciulla al suo diletto?)
Come ambeduo le genti, non sì
tosto
Lor nodo marital
fosse palese,
Avria le sanguinose ire deposto.
La poverella mia, senza difese
Contro forza d'amore e di pietade,
Ella che sempre a comun pace intese,
Ella nel fior della ridente etade,
Ella che nova in tutto si rimase
Del falso mondo e di sue torte strade,
Dal menzogner che sì la persuase,
Tutta rapita in sua dolce speranza,
Trar si lasciò delle paterne case.
Pensa quand'io, per amorosa usanza
Nè presago in mio cor di nostro danno,
Riposi il piè nella deserta stanza!
Che val ch'io dica lo stupor,
l'affanno
E l'inchiedere e 'l correre e 'l
chiamare,
Di sventura temendo e non d'inganno?
Cerchiam tutti il castello; e quando pare
Che quivi nulla omai speme rimagna
Di riscontrar quelle sembianze care,
Io forsennato e il più della compagna
Gente, di tutto obliviosi allora,
Fuori ci disperdiam per la
campagna.
Ahi ch'era questa la terribil ora
Apparecchiata dalle inique frodi!
Chè i Ronchi dell'agguato uscendo fuora,
Visto libero il varco e sì di prodi
Scema la terra, dentro s'avventaro,
Come lupi in ovil senza custodi.
Al subito furor nullo riparo:
Primo Ranier, non più degli anni
afflitto,
Brandia con polso giovanil
l'acciaro,
Baldo, il mio figlio, già nell'arme invitto
Che pronto accorse al mal guardato loco,
Da cento colpi vi restò trafitto.
Di faci armata e di coltelli, in poco
D'ora la turba furiosa orrendo
Fe' di strage il terren,
l'aere di foco.
Sul minacciato limitar correndo
Intanto a quello strepito feroce
E le man supplichevoli stendendo,
Del mio Baldo la sposa, ad alta voce
Lui richiamava dal mortal periglio,
Quand'ecco dall'albergo uscir veloce,
Col ferro in man, con affocato ciglio,
Il trionfante Gerra, che pel collo
Afferrandola, grida: Ov'è 'l tuo
figlio?
Ove si cela il novellin rampollo
Di quest'arbore illustre? Assai
già spazio
Corsi tue case, ed or
da te saprollo,
La donna esterrefatta a tanto strazio,
Udito il vano suo cercar, d'un riso
Lampeggiando, sclamò: Dio ti
ringrazio.
D'ira a que' detti sfavillante in
viso
Lo scellerato del pugnal le diede,
E a lei mostrollo di suo sangue
intriso.
Parla, il fero le dice: ed ella vede
Quel sangue e non fa motto; ei dell'acuta
Punta più crudamente il sen le fiede.
Parla, che vita e libertà renduta
Ti fia, soggiunse con dolcezza
accorta;
Ma quella bocca, come pria, fu muta.
L'empio, cui rabbia furial trasporta,
Vibrò gran colpo; e l'animosa e pia
Cadde fra cento morti corpi morta.
Io, che la valle discorrendo gia
In traccia della figlia, ed ahi! pur molta
Già reputando la sventura mia,
Incontro a me per una selva folta
Alcun velocemente venir sento,
A cui, Sosta, diss'io, sosta ed
ascolta.
Parvemi Gerra,
che passò qual vento;
Tal che in maggior sospetto oltre più corsi,
Fin ch'agli orecchi miei giunse un lamento.
I passi là, precipitando torsi
Ed ahi! su l'erbe, che allagava un rio
Del sangue suo, quella infelice io scorsi.
Mezza di sè già fuor, me non udio
La moribonda, che fra dolci lai,
Che t'ho fatt'io, dicea, che t'ho fatt'io?
Or m'uccidesti tu perch'io t'amai?
Ah qual crudel, qual barbaro t'ha
ucciso,
O mia Bianca, o mia vita? allor sclamai.
Lentamente si volse e il guardo fiso
Ella alcun tempo in me tenne a quel suono,
Poscia ad un tratto si coperse il viso,
Padre mio, padre mio, disse, perdono!
Il rimembrar di me deh non ti gravi,
Ch'io fui tradita, ed innocente io sono!
Ahi! Gerra al certo, ahi! che tu Gerra amavi,
Dissi, e quell'empio... Ed ella:
Il tuo furore
Sovr'esso, padre mio, deh non s'aggravi!
Ch'io gli perdono: E in questo dir, sul core
La man fredda posando, nel mio seno
Il debil suo capo abbandona e
muore.
Io, che sentii me tutto venir meno,
Lena cercai nell'angoscioso petto
Tanta che a' miei mi riducessi
almeno.
Oh quante volte il mio figliuol
diletto
Tra via chiamo per nome, e nelle care
Braccia da lungi col pensier mi
getto!
Quando, giunto anelante in su l'entrare
Della mia terra dimandando aita,
Quel fero universal scempio
m'appare!
S'ivi morto non caddi, l'infinita
Pietade i falli miei sì gravi e tanti
A terger nel dolor mi tenne in vita.
Per mezzo le ruine arse e fumanti
Vidi Nastagio, il mio buon servo
antico,
Mal vivo strascinarmisi davanti.
Quel tristo avanzo del furor nimico
Narrommi le vedute atroci cose
Con duol di padre e con pietà
d'amico.
Qual chi a dura novella il cor dispose
Pur sente innanzi alla risposta un gelo,
Io del fanciul l'inchiesi; ei non rispose.
Allor vid'io,
quasi al cader d'un velo,
Per me il mondo una selva orrida e sola,
E volsi l'alma spaventata al cielo.
Qui l'affannoso duol nodo a la
gola
Fe' del monaco sì che muta indietro
Gli tornò fra i singulti la parola.
Una voce in quel punto a lento metro
Laude intonò nel vicin tempio a
Dio,
E più voci le tennero poi dietro.
Egli, a Dante con man dicendo addio,
Com'uom, se nova e maggior cura il
tocchi,
Tacito e ratto quindi si partio.
Pietosamente seguitò con gli occhi
Dante il misero veglio; indi alle braccia
Facendosi puntel d'ambe i ginocchi
Chiuse nel vano della man la faccia.
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