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Giovanni Marchetti
Notte di Dante

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  • CANTO TERZO
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CANTO TERZO

Era già 'l carro della notte al punto

Che l'ore fosche in duo parte ugualmente,

E l'astro che le inalba al sommo giunto,

Quando il poeta sollevò la mente

Gravata, e volse nubiloso il guardo,

Qual chi di buio loco esca repente.

Ed ecco passeggiar pensoso e tardo

A lui dinanzi un cavaliero armato

Di statura e di membra alto e gagliardo.

Però lungi un destriero affaticato,

Con le redini sciolte, la digiuna

Bocca movea pel rugiadoso prato.

Levava il cavalier gli occhi alla bruna

Muraglia venerabile che a stento

Ridea del pieno lume della luna.

A quando a quando il piè sostava, intento

Ad ascoltar del solitario e fioco

Passere della torre alta il lamento.

Com'ebbe errato in cotal guisa un poco

Vide che l'altro i lenti passi sui

Con lo sguardo seguia di loco in loco.

Allor, traendo riverente a lui,

Signor, gli disse, benchè fatto io degno

A vederti da presso unqua non fui,

Tu se' certo il cantor del trino regno,

Tu lo spirto magnanimo e sovrano

Cui, quasi cervo a puro fonte, io vegno.

Castruccio mi son io che, il suol toscano

Varcato e  'l giogo d'Appennin, cercando

Per occulti consigli a mano a mano

Tutti i miglior di nostra parte, quando

Testè in Agobbio da Bosone appresi

Che ricovrarti a questo venerando

Ermo ti piacque, il sacro monte ascesi,

E per lo patrio amor prego mi sieno

In te labbia ed orecchie al par cortesi.

Dante, che al nome di colui che il freno

Regge di Lucca, e vincitor possiede

Fra Serchio e Magra  'l monte ed il Tirreno,

Surto era già maravigliando in piede,

Rispose: O duce, in te di forti e chiare

Opre è riposta omai tutta mia fede.

E, sì dicendo, parvesi avvivare

D'una gioia simile a debil raggio

Che fuor da rotti nugoli traspare.

Castruccio a lui subitamente: O saggio,

E tu dammi virtù, dammi possanza,

Chè del pari è mestier senno e coraggio.

E ch'altro a noi, fuor che noi stessi, avanza?

Quale oggimai nell'alemanno aiuto

E in due mal fermi cesari speranza,

I quai, mentre ciascun del combattuto

Dïadema spogliar l'altro sol cura,

Fan d'Italia infelice ambi rifiuto?

Dante allor: Nostra colpa, e non ventura,

La tanto lacrimata alba allontana

Di questa notte dolorosa e scura.

E qual pegno all'anima germana

Questa che sotto al suo vessil s'accoglie

Gente discorde, ambizïosa e vana?

Malvagi son le cui rapaci voglie

Di patria carità velo si fenno,

Poma corrotte sotto verdi foglie;

O stolti, che si aggirano ad un cenno,

Solo a levar tumulto e a creder presti

Menzogna il vero, e tradimento il senno.

Da questi la vergogna, il mal da questi

Contaminati germi si produce,

degno è ch'altri a noi soccorso appresti.

Ahi che al vero il tuo dir, soggiunse il duce,

Consuona tal che nulla altra cagione

Così peregrinando mi conduce!

Sappi che, poichè a me lunga stagione

Svelate d'ogni danno ebbe le fonti

dove il dritto tuo veder le pone,

Alti disegni io fra me volsi, e conti

Quelli poi feci a' duo maggior Lombardi

Lo Scaligero Cane e il gran Visconti.

Piaccion gagliarde imprese a cor gagliardi:

Onde que' prodi non mi fur di loro

Consentimento dell'opra tardi.

Per mutua fede si legar costoro

Celatamente, e a me giuraron patto

Di bellicose genti e di tesoro.

Poi ciascun d'essi ogni pensiero, ogni atto

E quella che il poter, l'ingegno e l'arte

Somma ad entrambi autoritade han fatto

Tutta converse in ricompor le sparse

Voglie e quetar l'invide gare e gli odi

Fra l'altre signorie di nostra parte:

E quelle, forti de' ristretti nodi,

Quasi a ceppo comun ramose braccia,

A congiunse per diversi modi.

Sebben fortuna ad amendue me faccia

Ancor secondo di possanza e gloria,

l'ala a simil vol ben si confaccia,

Pur la recente di quel memoria,

Quando per me Montecatin sentio,

Tanto grido levarsi di vittoria,

Merito e grazia m'acquistò tal ch'io

Quanto per loro oprar si dispose,

Fede ho qua giù di conseguir pel mio.

Come verrà (questo ad ogni uom s'ascose,

Ed or tu, per altezza d'intelletto,

Quarto sarai nelle segrete cose),

Come verrà che all'arduo mio concetto

Io giunga e veggia di cotal semenza

Tempo a cogliere omai quel che m'aspetto,

Subitamente e fuor d'ogni credenza

Muoverò l'arme impetuoso, e mia

Sarà prima Pistoia e poi Fiorenza.

Segnale a Cane ed a Matteo ciò fia :

Allor contra colui, di guerra esperto

Men che d'ogni arte frodolente e ria,

Contra il guelfo maggior, contra Roberto,

Tutti, in un punto, di ciascun paese

Trarrem precipitosi a viso aperto.

Segno a cotante e non pensate offese

Mal starà fermo quel superbo in campo,

Cui l'odio occulto si farà palese.

Che se muova Filippo indi al suo campo...

Dante racceso negli affetti suoi,

Qui fia cesare, disse, a fargli inciampo.

Cesare? or quale? a lui Castruccio; e poi:

No, l'un l'altro fra lor struggansi intanto;

A noi guardia fia l'alpe, e all'alpe noi.

Non sì tosto ebbe detto che del santo

Ostel s'aperse lentamente il fosco

Uscio, donde fuor venne in sacro manto

Un che disse: Fratei, pace sia vosco.

Poi mosse ad una croce, ivi sorgente

In su l'entrar del tortuoso bosco.

Allor que' duo, già vinti da un' ardente

Brama di ragionar libero e chiaro,

Pieni amendue d'alto pensier la mente,

Pel selvaggio cammin si dilungaro.




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