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Giovanni Marchetti
Notte di Dante

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  • CANTO QUARTO
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CANTO QUARTO

Facean ritorno al solitario albergo

Mentre sul balzo orïental parea

Quella che ha l'ombre innanzi e il sole a tergo.

Lieto Castruccio all'Alighier dicea:

Del ciel fu raggio quel pensier che in prima

Tua sapienza ricercar mi fea.

In me sì largamente dalla cima

Dell'intelletto tuo luce discese

Che mia speranza omai cerca s'estima,

Magnanimo signor, Dante riprese,

A' gran disegni tuoi contro non mova

Quell'avversaria delle sante imprese,

O alquanto il ciel della sua grazia piova,

E qui le genti per età lontane

Il nome tuo benediranno a prova.

Quando grave una voce: O menti umane,

Voi nel tempo futuro edificate,

certo fondamento è la dimane!

L'un ver l'altro, a quel suon, maravigliate

Volser le ciglia e tacquero e fer sosta,

Prestando orecchio il cavaliero e 'l vate.

Quella continuò: Cangia proposta

Tu che la speme a tanto ergi secura;

Troppo da lungi la gran meta è posta.

Oh quanta etade io passar veggio oscura

E calda ancor di civil odio insano

Su la tua derelitta sepoltura!

Ecco più caro secolo ed umano,

Ecco più degna ai cor fiamma s'apprende,

Ecco uscire un guerrier di Vaticano.

Per quanto Italia si dilata e stende

Bramoso dal Tarpeo lo sguardo ei volve,

Poi d'arte armato e di valor giù scende,

Ma un' ombra che nel gran manto s'involve

A mezzo il corso trionfal l'arresta.

L'opra dell'empio innanzi sera è polve!

Tacque; e i duo che venian per la foresta,

Giunti colà donde quel suon procede,

Parean tacendo dir: Che cosa è questa?

Videro allor dell'alta croce al piede

Il fraticel che in pria pace lor disse,

D'un incognito ardor che lo possiede

Acceso in volto venerando, e fisse

In alto le pupille, immoto starsi,

Qual se parlar l'Onnipossente udisse.

Intanto, alla sua voce, ecco gli sparsi

Accorrer consapevoli fratelli

E quivi intorno a lui tutti affollarsi.

Uscendo il buon rettor di mezzo ad elli,

Mira, o Dante gridò, come il ciel pregia

Gli umili spirti e si compiace in quelli!

Questo santo romito, a cui non fregia

Altro che fede e carità la mente,

Spesso dell'avvenir Dio privilegia.

E se vicina allor cosa o presente

D'una secreta sua virtù lo sproni,

Ivi spande il profetico torrente.

O dolce padre che colà ragioni,

Ripigliò l'ispirato, a tal che fia

Tra breve un nome che in eterno suoni,

Vien' qua, vien' qua, che per la lingua mia

Al penitente tuo viver votivo

Conforto il ciel non aspettato invia.

Quel pargoletto che di vita privo

Piangi, mercè della fedel nutrice

(Sappilo e godi e Dio ringrazia) è vivo.

Fia di casta donzella oggi felice,

Che, spente l'ire, i tuoi nimici a lui

Disposeranno: e di cotal radice

Verrà pianta onde fia germe colui

Che, dopo cinque secoli, di questa

Notte dirà con non vil carme altrui.

Oh come il veggio, oh come manifesta

M'è nel cospetto quell'etàtarda!

Oh quanta un vivo Sol luce le presta!

Un Sol, cui stupefatto il mondo guarda,

Tutta di bel disio, tutta di speme

Fa che la gente si ravvivi ed arda.

Qui ferve, dopo lui, più largo seme

Di gentilezza, di saver, d'onore,

E d'agghiacciati venti ira non teme.

Qui tien mansuetudine ogni core,

Dolce negli atti e ne' sembianti amica,

E parla caritade e spira amore,

Ma fortuna vegg' io, sempre nimica,

Che dentro le molli anime allenti

Il santo ardor della gran fiamma antica.

Del fior vegg' io delle novelle menti

Poche seguir quel benedetto raggio

Sol per cui si rallignano le genti.

Altri l'intera dell'uman legnaggio

Felicitate di lontan saluta,

E per lei vagheggiar torce il vïaggio.

Parte, anelando all'arduo ver, perduta

Sovra l'ali fantastiche la traccia,

Torna di nebulose aure pasciuta.

Parte gl'ingegni d'allettar procaccia

Dietro all'arte che il Figlio di Maria

Sgombrò dal tempio, divampando in faccia.

O intenzïon, forse benigna e pia,

Indarno, indarno che riesca aspetti

A meta liberal cupida via.

Rendete il vital cibo agl'intelletti,

Non ismarrite la verace stella,

Rinnovellate di fortezza i petti.

Ve' come sorge maestosa e bella

Più da lungi una donna che con voce

Formidabile esclama: Ancor son quella!

E cinta di virtude ecco un feroce

Con la destra rispinge ingordo mostro,

Con la sinistra man leva una croce.

O immortal segno del trionfo nostro,

Lume su l'onde tempestose immoto,

Io ti veggio, io t'inchino, io mi ti prostro.

E ginocchion gettandosi devoto,

Con la faccia che a un tratto discolora,

Cadde in su l'erbe senza senso e moto.

Alto un silenzio, un meditar che adora

Le arcane vie di Lui che consiglia,

Seguì d'intorno a quel giacente allora.

Di gioia il duce della pia famiglia

Bagna le guance: l'Alighieri atterra

Castruccio tien nell'Alighier le ciglia.

Aura consolatrice della terra

Piovuta all'ime valli era da' monti

La pura luce che i color disserra.

Già percotea quelle pensose fronti

Il Sol, che omai l'ispide cime avanza,

E co' suoi raggi, di letizia fonti,

Giù discender parean lena e speranza.

 

- Fine -




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